Il fenomeno della secolarizzazione accompagna l’uomo occidentale da diversi secoli

Giappone, aceri dipinti d’autunno

 

UNA CURA ORIENTALE PER IL MALANNO OCCIDENTALE

La secolarizzazione è una realtà del giorno d’oggi. La ragione domina sopra ogni cosa, eppure l’uomo si sente smarrito: manca di ogni comprensione di sé. Per non sopperire a questo vuoto, si stordisce gettandosi all’esterno, in una ricerca continua senza soluzione. Esiste una cura per tutto ciò?


Il fenomeno della secolarizzazione accompagna l’uomo occidentale da diversi secoli: con la venuta meno della presa religiosa sulla società, l’uomo ha sempre più favorito una visione scientifica e razionale del mondo. Nonostante l’importante progresso comportato, la secolarizzazione ha eliminato ogni orizzonte entro cui l’uomo potesse sentirsi parte di un progetto più grande della sua singolarità volto a una meta; la sfera spirituale è stata sempre più relegata all’ambito privato e l’unico aspetto che davvero interessa all’homo saecularis è avere sempre di più di ciò che si aveva ieri. Proprio per questo, ha smarrito il contatto con la sua interiorità e ha soppresso quei silenzi atti a confrontarsi con sé stesso. La conseguenza è sempre una maggiore proiezione verso l’esterno: la ricerca di una felicità artificiale che possa farsi dimenticare della tragedia interiore è sempre più bramata. Pascal aveva già preannunciato questa malattia:

«L’unica cosa che ci consola delle nostre miserie è il divertimento, e intanto questa è la maggiore tra le nostre miserie. Perché è esso che principalmente ci impedisce di pensare a noi stessi e ci porta inavvertitamente alla perdizione. Senza di esso noi saremmo annoiati, e questa noia ci spingerebbe a cercare un mezzo più solido per uscirne. Ma il divertimento ci divaga e ci fa arrivare inavvertitamente alla morte.» (B. Pascal, Pensieri).

Il divertissement viene avvertito come un antidoto alla mancanza di senso, eppure è il primo tra le miserie dell’uomo. Questo distrae l’uomo dalla ricerca di sé e lo spinge a disperdersi nella vita, la quale non viene mai afferrata ma solo fatta scorrere fino alla morte. Tutto diventa una fuga da chi si è per poter vivere in ciò che non si è, si insegue una propria individualità che è sempre più in là rispetto a dove si arriva. Ogni tendenza verticale che permette di superare sé stessi viene messa da parte a favore di una totale orizzontalità. Ci troviamo davanti all’Ultimo Uomo nietzschiano: una figura non di un uomo che si ascolta, ma che si adagia su tutto ciò che gli sta intorno. È una creatura incapace di vivere, di provare emozioni, di avere scopi, capace solo di trascinarsi interrottamente; si arriva ad un punto in cui la presa di coscienza di ciò che si è davvero è totalmente annebbiata da un’anestesia materiale esterna. L’uomo crede di aver creato la felicità, di vivere in perfetta sicurezza, ma questa incapacità di fare i conti con sé stesso mostra solo una profonda lacerazione interna di cui non vuole rendersi consapevole. L’uomo diventa una nebbia di indifferenza che vaga senza una meta, in un continuo divagare. «Noi abbiamo inventato la felicità» (F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra) dice l’Ultimo Uomo, ma la vera felicità non si crea: si realizza diventando chi si è davvero.

Una via di uscita può essere intessuta allargando i propri orizzonti al di là dell’occidente, prendendo in considerazione la cultura asiatica. Qui si incontra già una prima difficoltà: l’homo saecularis vede la cultura del mondo asiatica come un proliferare di vaneggiamenti, e quindi addita tutto come una inutile perdita di tempo. Eppure, potrebbe offrire una risposta a quella ricerca di senso di cui è manchevole. Non si tratta di gettarsi in una nuova prospettiva, quanto piuttosto di fare propri quegli insegnamenti che da sempre hanno costituito la base per quella tradizione. Questo tentativo di permettere una comunicazione tra culture diverse può portare a prendere contatto con parti sconosciute della natura umana non accessibili a partire da un singolo punto di vista. Ogni tentativo di comprendere l’umanità si sviluppa entro direzioni diverse. La cultura occidentale ha sempre attributo un posto di dominio all’intelletto, il quale è andato a occupare il ruolo di comando in ogni campo della esistenza umana assumendo compiti a cui non è adatto; diversamente è accaduto in oriente dove si è sempre cercato di mantenere una comunicazione con gli istinti più profondi. Queste prospettive possono essere rilette in chiave junghiana: se da un lato abbiamo una totale allontanamento tra coscienza e inconscio, dove la coscienza pretende di mantenere un ordine, dall’altra parte abbiamo la ricerca di una unità tra i due estremi, di una illuminazione affinché si possa vivere una vita autentica.

Per questa vita autentica si può attingere alla dottrina del Tao. Essa è molto semplice: cosmo e uomo sottostanno a leggi comuni, il ‘microcosmo umano’ è separato dal ‘macrosmo’ da confini non rigidi. Il principio a capo delle leggi è, appunto, il Tao, mediatore di ogni movimento. Questo è composto da due fattori che costituiscono l’intera realtà: lo yang, luce polare, mobile e radiosa, e lo yin, oscurità polare, legata alla terra. A seconda che prevalga l’uno o l’altro, avremo espressioni diverse nel cosmo. A detta di tutto ciò, l’uomo risulta una manifestazione corporea del Tao. In lui si incarna anche il principio di vita, che viene regolato dai rapporti polari tra yin e yang.  Yin e yang si comportano come fattore animale e fattore intellettuale: normalmente accade che lo yin, fattore animale, inciti alle passioni, costringendo lo yang al suo servizio, fino ad indurlo a volgersi all’esterno. Così avremo che l’uomo si aliena da sé stesso, diventando cosa tra le cose. Nello scorrere del tempo, entrambe le due forze tendono a svilire e la vita a poco a poco si spegne. Il culmine è nella morte: lo yin discende, lo yang ascende e l’Io, spogliato di ogni cosa, è soggetto a sorti diverse. Se ha seguito l’alienazione durante la sua vita, allora andrà in contro alla tetra afflizione della morte e sofferenza; se invece si adopera per innalzarsi, guidato dallo yang, combattendo l’alienazione, ecco che fa ritorno al Tao. Con questa seconda strada, l’uomo impedisce alle forze vitali di disperdersi all’esterno; così facendo perde la sua limitatezza e confluisce nel Tao, ritrovando il suo essere.

C.G. Jung (1875 – 1961)

 

Le applicazioni pratiche del Tao possono essere sfruttate al di fuori della dottrina. Di fatto, queste possono offrire una soluzione al malanno occidentale insolubile:

   «I problemi più grandi e importanti della vita sono, in fondo, tutti insolubili. […] Essi, dunque, non potranno mai essere risolti, ma soltanto superati.» (C.G. Jung, Il Segreto Del Fiore D’Oro).

Queste applicazioni non offrono una soluzione razionale ai problemi esistenziali, quanto piuttosto un tentativo di superarli. E come? Lasciandosi accadere psicologicamente. Jung suggerisce che la fantasia deve poter scorrere liberamente, senza nessun intervento della ragione, affinché possa essere superato quell’abisso tra coscienza e vita che impedisce di avere una esistenza completa. In questo modo si può dire di sì alla propria esistenza, dire di sì a sé stessi senza dover dipendere da fattori esterni che ostacolano la propria individuazione e la raggiunta di un equilibrio mentale. Ecco che il pensiero cinese viene in soccorso: può essere interpretato non come una qualche stravaganza misticheggiante, ma come un tentativo di poter liberarsi dalla tirannia della coscienza, dell’Io, per poter avere accesso ad una propria personalità più completa che non dipenda da niente e colmi quel vuoto interiore:

   «Si tratta di dire di sì a sé stessi, quello di porre sé stessi come il compito più grave, quello di essere sempre consapevoli di ogni azione, e di tenere tutto ciò sempre ben davanti agli occhi in tutti i suoi aspetti problematici: davvero un compito che richiede un impegno totale.» (Ivi).

Sotto questa luce, il Tao non risulta essere più una entità metafisica che non ha nessuna applicazione concreta, quanto piuttosto un metodo utile per poter costruire un ponte tra il proprio Io e il proprio inconscio. Raggiungerlo comporta una piena armonia con tutta la propria interiorità, un innalzamento della coscienza che non si impone contro le profondità dell’inconscio, ma anzi costruisce una convivenza genuina adatta per poter costruire una vita vera. Ed ecco che può arrivare a scoprire come il malanno esistenziale possa essere guarito risaldando i debiti verso la propria vita:

«Evidentemente il velo di maya non può essere sollevato da una semplice risoluzione razionale, ma occorre una preparazione più profonda e duratura, che consiste nel saldare coscienziosamente tutti i debiti verso la vita.» (Ivi).

Da questa analisi risulta come la messa da parte e/o la confutazione di aspetti spirituali non comporta un innalzamento dell’umanità, quanto piuttosto un abbassamento. Compito di ogni visione religiosa è quello di poter personificare quegli aspetti più nascosti della natura umana affinché possano essere assimilati e compresi: le personificazioni sono solo aiuti per poter tenere sempre davanti tali aspetti, senza ignorarli. L’homo saecularis tenta invece di liberarsene con la semplice ragione, ma quegli stessi aspetti ignorati continuano ad esercitare una influenza sulla sua persona. Questi vengono proiettati all’esterno, non assimilati, e quindi egli ritiene di seguirli fuori di lui. Accade in realtà una maggiore dispersione, una ricerca a vuoto di ciò che è sempre presente in lui, ma davanti a cui si tappa le orecchie, convinto che le risposte siano da qualche parte nel mondo.

In questa prospettiva risulta dirompente l’ammonizione di Zarathustra:

«Il deserto cresce: guai a colui che cela deserti dentro di sé!» (F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra).

L’ardimento interiore necessita di essere curato per poter tornare ad afferrare e mordere la vita. Questa desertificazione interiore dell’occidente non è un vicolo cieco. Il terreno è ancora fertile, si ha sempre possibilità di uscire da ogni situazione; serve solo il germogliare di un seme. Questo seme, anche se viene considerato ormai come non sufficiente per garantire un raccolto proficuo, in realtà soddisfa pienamente una parte del fabbisogno; ma la tecnica di semina deve essere appresa grazie a qualcun altro, perché la nostra abilità è stata corrotta ormai.

Tommaso Donati

 

22 febbraio 2023

 

 

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