Un thriller senza effetti speciali, forte di un’assonanza – per la situazione che descrive – a Pastorale americana di Philip Roth, anche questo con una famiglia al suo centro: un padre, una madre, la loro figlia Stella, avvinghiati in una storia gialla imprevedibile e conturbante.

«Un thriller intenso di grande fascino» – Scott Turow

«Lo dice perfino la Bibbia. Occhio per occhio, dente per dente. Finché non è arrivato Gesù a rovinare tutto con quel porgi l’altra guancia.»

   Nella grande notte svedese si nasconde un assassino. È domenica mattina, il sole brilla alto e le altalene cigolano festose nel parco giochi accanto al liceo Polhem. Una mamma e i suoi due bimbi s’imbattono in Christopher Olsen, ricco imprenditore trentenne nel campo immobiliare. Lo scoprono a terra, dietro un cespuglio, il petto aperto come un panno di tela, decine di coltellate gli hanno strappato la vita di dosso. Le urla come i rintocchi delle campane.

   Non ci troviamo sull’isola di Sodermalm di Stieg Larsson, neppure tra i fiordi della Oslo di Jo Nesbø. Perché questa è Lund, la città de Il posto delle fragoledi Ingmar Bergman, ma è soprattutto il mondo che Mattias Edvardsson ha inventato per raccontarci la famiglia Sandell. E in questo mondo abitano tre voci.

Mirko Zilahy La Lettura del 21 aprile 2019.

La trama del romanzo.

Eccola Stella Sandell, diciannove anni, disamorata di Lund e della Svezia, impegnata a progettare un lungo viaggio in Asia, abituata per noia a sedurre, capace di sarcasmo immediato verso un modello di carriera e di vita borghese che suo padre, pastore della Chiesa di Svezia, e sua madre, esperto avvocato, sognerebbero per lei. Poi una sera nel solito locale, con davanti la solita pinta di birra, un uomo entra dalla porta d’ingresso. La prima a vederlo è Amina. Ma non si pensi a una storia di gelosia e manipolazione; a un thriller, piuttosto, che incide la nostra sensibilità.

Un thriller senza effetti speciali, forte di un’assonanza – per la situazione che descrive – a Pastorale americana di Philip Roth, anche questo con una famiglia al suo centro: un padre, una madre, la loro figlia Stella, avvinghiati in una storia gialla imprevedibile e conturbante. Strato dopo strato i personaggi del libro vengono impregnati di un’inquietudine aliena: un padre la cui vocazione religiosa manca di un mattone, una madre che orienta la realtà con geniale disinvoltura, un uomo d’affari imperscrutabile, la sua ex amante bruciata da un’ossessione, e poi Stella e Amina, inseparabili, rivelazioni di questo romanzo e di quello che la vita ci può riservare, a volte, nella sua brutalità.

 «Ho pensato ad Amina, la mia più cara amica. Durante tutti gli anni della nostra amicizia non ci era mai capitato di essere interessate allo stesso ragazzo. Però avevamo previsto che potesse succedere e ci eravamo promesse che nessuno ci avrebbe mai diviso. Ma stavolta era diverso, inaspettatamente strano. Era stata lei a vederlo per prima. Forse avrei dovuto farmi da parte, ma non ne ero capace. Non sapevo che le nostre vite sarebbero cambiate per sempre.» Eccola Stella Sandell, diciannove anni, disamorata di Lund e della Svezia, impegnata a progettare un lungo viaggio in Asia, abituata per noia a sedurre, capace di sarcasmo immediato verso un modello di carriera e di vita borghese che suo padre, pastore della Chiesa di Svezia, e sua madre, esperto avvocato, sognerebbero per lei. Poi una sera nel solito locale, con davanti la solita pinta di birra, un uomo entra dalla porta d’ingresso. La prima a vederlo è Amina. Ma non si pensi a una storia di gelosia e manipolazione; a un thriller, piuttosto, che incide la nostra sensibilità. Un thriller senza effetti speciali, forte di un’assonanza – per la situazione che descrive – a «Pastorale americana» di Philip Roth, anche questo con una famiglia al suo centro: un padre, una madre, la loro figlia Stella, avvinghiati in una storia gialla imprevedibile e conturbante. Strato dopo strato i personaggi del libro vengono impregnati di un’inquietudine aliena: un padre la cui vocazione religiosa manca di un mattone, una madre che orienta la realtà con geniale disinvoltura, un uomo d’affari imperscrutabile, la sua ex amante bruciata da un’ossessione, e poi Stella e Amina, inseparabili, rivelazioni di questo romanzo e di quello che la vita ci può riservare, a volte, nella sua brutalità

 

Come inizia.

 

Prologo

 

 

Rintanato in un angolo, reagisco a ogni movimento che vedo con la coda dell’occhio. Sobbalzo a ogni minimo rumore. I secondi hanno rallentato fin quasi a fermarsi. Per quanto ne so potrei essere seduto qui da cinque minuti. Oppure da un’ora.

  Il tribunale della contea di Lund si trova in centro, dall’altra parte della strada rispetto alla centrale di polizia, a un tiro di schioppo dalla stazione. Chiunque viva a Lund passa regolarmente davanti al tribunale, ma la maggior parte della gente vive una vita intera senza mai mettervi piede. Fino a poco fa questo valeva anche per me.

  Adesso sono seduto su un divanetto fuori dall’aula numero due, e sul monitor che ho difronte c’è scritto che è in corso un processo per omicidio.

  Mia moglie è lì dentro, dall’altra parte della porta. Così vicina e allo stesso tempo così lontana. Prima di entrare in tribunale e passare i controlli di sicurezza, ci siamo fermati sulla scalinata esterna ad abbracciarci. Mia moglie mi ha stretto le mani con tale forza da tremare e mi ha detto che non dipende più da noi, che la decisione è nelle mani di qualcun altro, adesso. Sappiamo entrambi che non è del tutto vero.

  Quando sento gli altoparlanti frusciare vengo colto da un improvviso malessere. Sento il mio nome. Ora tocca a me. Mi alzo dal divanetto barcollando e una guardia mi apre la porta. Mi fa un cenno con la testa senza lasciar trapelare alcun pensiero o emozione. Qui non c’è posto per queste cose.

  L’aula numero due è più grande di quanto mi aspettassi. Mia moglie è stretta fra altre persone sui banchi del pubblico. Ha l’aria stanca, stremata. Ha segni di lacrime sulle guance.

  Un istante dopo scorgo mia figlia.

  È pallida, e più magra di come la ricordo. I capelli le ricadono in ciocche aggrovigliate e mi guarda con la rassegnazione negli occhi. Uso tutta l’energia che mi rimane per trattenermi dal correrle incontro, abbracciarla e sussurrarle che papà è qui e che non ha intenzione di lasciarla finché tutto questo non sarà finito.

  Il giudice che presiede l’udienza mi dà il benvenuto. Mi fa subito un’ottima impressione: ha l’aria sveglia e sembra una persona sensibile. Attenta, autorevole. Non credo che i giudici popolari si opporranno alla sua decisione. Inoltre so che è padre pure lui.

  Dato che sono un parente prossimo dell’imputata non posso testimoniare. So che la corte sarà costretta a trattare le mie dichiarazioni alla luce del fatto che l’imputata è mia figlia, però so anche che la mia persona, e nondimeno la mia professione, spingerà la corte a considerare vere le mie parole.

  Il giudice lascia la parola all’avvocato. Faccio un profondo respiro. Ciò che dirò adesso avrà conseguenze su tante vite per tanti anni a venire potrebbe essere determinante.

  Ancora non ho deciso cosa dire.

 

Il padre

Colui il quale dice la verità

e fa ciò che è buono e giusto

si sente appagato,

perché l’uomo riceve quel che merita.

Libro dei Proverbi12, 14

 

1

 

Eravamo una famiglia del tutto normale. Avevamo lavori interessanti e ben pagati, una nutrita cerchia sociale, e dedicavamo il tempo libero ad attività sportive e culturali. Il venerdì mangiavamo cibo da asporto guardando Idole ci addormentavamo sul divano prima di vedere i risultati del televoto. Il sabato pranzavamo in città o in qualche centro commerciale. Guardavamo la pallamano o andavamo al cinema, oppure ci vedevamo con gli amici davanti a una bottiglia di vino. Di sera ci addormentavamo sdraiati vicini. Passavamo la domenica nel bosco o in giro per musei, facevamo lunghe telefonate con i nostri genitori oppure ci accoccolavamo sul divano, ognuno col proprio romanzo. Spesso concludevamo la domenica seduti a letto con tutti i nostri fogli, raccoglitori e computer a programmare la settimana lavorativa che stava per cominciare. Il lunedì sera mia moglie andava a yoga, e il giovedì io giocavo a bandy. Avevamo un mutuo di cui pagavamo diligentemente le rate, facevamo la raccolta differenziata, restituivamo in tempo i libri della biblioteca e in auto mettevamo sempre la freccia e rispettavamo i limiti di velocità.

  Quest’anno abbiamo fatto le vacanze tardi, dall’inizio di luglio fino a metà agosto. Dopo tante belle estati passate in Italia, negli ultimi anni avevamo preferito organizzare i viaggi all’estero d’inverno, così da dedicare l’estate a rilassarci a casa e a fare piccole gite lungo la costa per andare a trovare parenti e amici. Stavolta avevamo anche affittato una casetta sull’isola di Orust.

  Stella ha lavorato da H&M praticamente tutta l’estate. Metteva da parte i soldi per un lungo viaggio in Asia, previsto per l’inverno prossimo. Spero ancora che riesca a partire.

  Si può dire che io e Ulrika ci siamo conosciuti di nuovo quest’estate. Pare un cliché, eanche un po’ ridicolo, me ne rendo conto: sembra impossibile innamorarsi di nuovo della propria moglie dopo vent’anni di matrimonio. Come se tutti quegli anni con una figlia piccola per casa fossero stati solo una parentesi nella nostra storia d’amore. Come se non aspettassimo altro. Almeno, questa è la sensazione che ho io.

  I figli sono un lavoro a tempo pieno. Quando sono neonati non vedi l’ora che diventino indipendenti, ti preoccupi che non gli vada di traverso qualcosa mentre mangiano e che non cadano di faccia mentre camminano. Poi arriva l’età prescolare e ti preoccupi se si allontanano, hai paura che possano ruzzolare giù dal castello al parco giochi o che al controllo dal pediatra non siano cresciuti abbastanza. Poi iniziano la scuola, e hai paura che non riescano a stare al passo o che rimangano senza amici, e la vita si riduce a una sfilza di compiti a casa, di lezioni di equitazione e pallamano, di pigiama party. Poi crescono ancora e gli amici addirittura aumentano e aumentano le feste, i conflitti, gli incontri con gli insegnanti, i posti dove li devi accompagnare. Ti preoccupi per l’alcol e per la droga, hai paura che possano finire in cattive compagnie, e gli anni dell’adolescenza passano via rapidi come una soap opera, a centonovanta chilometri all’ora. Poi all’improvviso ti ritrovi con una figlia adulta e credi che finalmente potrai smettere di angosciarti.

   Se non altro quest’estate siamo riusciti a vivere parecchi momenti senza preoccuparci per Stella. Probabilmente la nostra famiglia non era mai stata così affiatata. Poi è cambiato tutto.

   Un venerdì di fine estate Stella ha compiuto diciannove anni, e io avevo prenotato un tavolo al nostro ristorante preferito. Abbiamo sempre amato l’Italia e la cucina italiana, e nel quartiere Väster c’è un ristorantino che fa degli ottimi piatti di pasta e delle pizze divine. Si prospettava una tranquilla e piacevole serata con la famiglia.

   «Una tavola per tre» ho detto in italiano alla cameriera con gli occhi da cerbiatto e il piercing al naso. «Adam Sandell. Ho prenotato per le otto.»

   Lei si è guardata intorno con aria ansiosa.

   «Un attimo» ha detto, sparendo dentro il locale pieno.

   Ulrika e Stella si sono girate verso di me mentre la cameriera bisticciava con i colleghi, gesticolando e facendo smorfie.

   È venuto fuori che la persona che aveva preso la prenotazione l’aveva segnata per sbaglio al giovedì.

   «Vi aspettavamo ieri» ha detto la cameriera, grattandosi la nuca con la penna. «Adesso però vediamo di trovare una soluzione. Dateci cinque minuti.»

   Hanno fatto alzare un altro gruppo di persone per portare dentro un tavolo in più. Noi tre siamo rimasti in piedi nella sala affollata, fingendo di ignorare gli sguardi infastiditi degli altri clienti. Avrei quasi voluto dire qualcosa, spiegare che non era stata colpa nostra, ma del personale.

  Quando finalmente ci hanno indicato il tavolo apparecchiato, mi sono immerso velocemente nella lettura del menu.

   «Scusateci, scusateci» ha detto un uomo con la barba grigia che doveva essere il proprietario. «Ovviamente ci faremo perdonare. Permettetemi di offrirvi il dessert.»

   «Non c’è problema» gli ho risposto. «Errare è umano.»

   La cameriera ha preso nota di cosa volevamo da bere io e Ulrika.

   «Un bicchiere di rosso?» ha chiesto Stella guardandomi con aria interrogativa.

   Mi sono girato verso Ulrika.

   «È un giorno speciale» ha detto mia moglie.

   Allora ho annuito alla cameriera.

   «Un bicchiere di rosso per la festeggiata.»

   Dopo cena Ulrika ha allungato a Stella una busta decorata con un motivo floreale di Josef Frank.

   «Una mappa del tesoro?» ha detto lei.

   Io le ho sorriso con aria enigmatica.

   L’abbiamo seguita entrambi fuori dal ristorante e abbiamo svoltato l’angolo. Quel pomeriggio avevo parcheggiato lì il suo regalo di compleanno.

   «Ma papà, ti avevo detto… costa troppo!»

   Si è portata le mani alle guance, la bocca spalancata.

   Era una Vespa rosa. Ne avevamo guardata una simile su Internet qualche settimana prima. Sì, costava tanto, ma alla fine ero riuscito a convincere Ulrika a comprarla.

   Stella ha scosso la testa sospirando.

   «Perché non mi ascolti mai, papà?»

   Ho alzato la mano con un sorriso.

   «Basta un grazie.»

   Sapevo che più di ogni altra cosa Stella desiderava dei contanti, ma regalare soldi per il compleanno era una cosa proprio triste. Con la Vespa sarebbe potuta andare in città, al lavoro o a casa di amici senza problemi. In Italia tutti gli adolescenti hanno una Vespa.

   Stella ci ha abbracciato e ringraziato un sacco di volte, poi siamo rientrati nel ristorante. Per qualche motivo, però, mi sentivo deluso.

   La cameriera ci ha portato il nostro tiramisù del perdono e tutti e tre abbiamo constatato che non saremmo mai riusciti a mandarne giù neanche un boccone. Poi invece l’abbiamo spazzolato lo stesso.

   Insieme al caffè io mi sono bevuto un limoncello.

   «Mi sa proprio che devo andare» ha detto Stella, agitandosi sulla sedia.

   «Di già?»

   Ho guardato l’ora. Le nove e mezzo.

   Lei ha stretto le labbra, continuando a dimenarsi sulla sedia.

   «Va bene, resto un altro po’» ha detto. «Una decina di minuti.»

   «È il tuo compleanno» ho detto io. «Tanto domani il negozio prima delle dieci non apre, vero?»

   Stella ha sospirato.

   «Domani non lavoro.»

   Non lavorava? Lavorava tutti i sabati. Era così che era riuscita a entrare da H&M. Lavorando di sabato, per poi passare a fare la stagione estiva e anche gli straordinari.

   «Ho avuto mal di testa per tutto il pomeriggio» ha detto con aria schiva. «Emicrania.»

   «Quindi ti sei messa in malattia?»

   Lei ha annuito, dicendo che in realtà non c’erano problemi. C’era un’altra ragazza che la sostituiva volentieri.

   «Non è così che ti abbiamo educata» ho ribattuto, mentre lei si alzava e prendeva la giacca dallo schienale della sedia.

   «Adam» ha detto Ulrika.

   «Ma perché tutta questa fretta?»

   Stella ha alzato le spalle.

   «Ho fissato con Amina.»

   Ho annuito, ricacciando giù la disapprovazione. Probabilmente le diciannovenni fanno così, ho pensato.

   Stella ha dato a Ulrika un abbraccio lungo e affettuoso, io invece non ho fatto in tempo ad alzarmi del tutto, quindi il nostro saluto è stato rigido e impacciato.

   «E la Vespa?» ho detto.

   Stella ha guardato Ulrika.

   «La portiamo a casa noi» le ha assicurato mia moglie.

   Poi Stella è uscita. Ulrika si è pulita lentamente la bocca con il tovagliolo e mi ha sorriso.

   «Diciannove anni» ha detto. «Come passa il tempo.»

  Quella sera, quando siamo tornati a casa, eravamo entrambi sfiniti. Ci siamo seduti sul divano a leggere, ciascuno nel suo angolino, con Leonard Cohen che cantava in sottofondo.

   «Penso comunque che avrebbe potuto mostrare un po’ più di gratitudine» ho detto. «Se non altro dopo la storia della macchina.»

   La storia della macchina. Era già diventato un concetto.

   «Mmh» ha mormorato Ulrika distrattamente, senza neanche alzare gli occhi dal libro. Fuori dalla finestra il vento soffiava tanto forte da far scricchiolare le pareti. Era l’estate che sospirava perché le mancava il fiato. Agosto era agli sgoccioli, ma a me non importava. L’autunno mi è sempre piaciuto: quella sensazione di ricominciare, come all’inizio di un nuovo amore.

   Quando ho posato il romanzo, poco dopo, Ulrika si era già addormentata. Le ho sollevato con delicatezza la testa per infilarle sotto un cuscino. Si è agitata nel sonno e per un breve istante ho pensato di svegliarla, ma poi mi sono rimesso a leggere. Dopo poco le lettere sono diventate sfocate e i miei pensieri hanno cominciato a vagare. Mi sono addormentato con un macigno sul petto per via della distanza che si era formata tra me e Stella, tra quelli che eravamo e quelli che eravamo diventati, tra l’immagine che avevo di noi e la realtà che vedevo in quel momento.

 

   Quando mi sono svegliato, Stella era in piedi in mezzo alla stanza. Spostava il peso da un piede all’altro con la luce della luna che le ricadeva chiara sulla testa e sulle spalle.

   Anche Ulrika si era svegliata, e si stava stropicciando gli occhi. Poco dopo la stanza si è riempita di singhiozzi e ansiti.

   Mi sono tirato su a sedere.

   «Cos’è successo?»

   Stella ha scosso la testa. Grosse lacrime bagnate le rotolavano giù per le guance. Ulrika l’ha abbracciata, e quando i miei occhi si sono abituati all’oscurità ho visto che Stella tremava.

   «Non è niente» ha detto.

   Poi se ne è andata con sua madre e io sono rimasto lì seduto con uno spaventoso senso di vuoto nel petto.

 

2.

 

Eravamo una famiglia del tutto normale, e poi è cambiato tutto.

   Ci vuole tempo per costruire una vita, ma basta un secondo per demolirla. Ci vogliono anni, decenni, forse una vita intera, per diventare chi siamo veramente. Le vie sono quasi sempre tortuose, e credo ci sia un motivo, credo che la vita si costruisca per tentativi e che noi siamo il risultato delle prove che superiamo.

  Comprendere il senso di ciò che è successo alla nostra famiglia quest’autunno, però, è difficile. So che non è possibile capire tutto, e che anche questo ha un significato preciso, ma non riesco proprio a dare un senso agli avvenimenti delle ultime settimane. Non riesco a spiegarli, né a me stesso né agli altri.

   Forse è così per tutti, ma sono convinto che, essendo un pastore, io sia chiamato più spesso a rispondere della mia visione del mondo. In generale la gente non si fa problemi a mettere in discussione il mio modo di vedere la vita. Mi domandano se credo davvero a Adamo ed Eva, alla verginità di Maria, al fatto che Gesù abbia camminato sulle acque e resuscitato i morti.

  All’inizio della mia vita cristiana accadeva non di rado che passassi al contrattacco, confutando la visione del mondo del mio interlocutore. Mi capitava di sostenere, argomentando, che la scienza è solo una delle tante religioni. Certo, anche a me venivano molti dubbi, e di tanto in tanto anche le mie convinzioni vacillavano. Ormai, però, sono sicuro della mia fede. Ho accolto la benedizione di Dio e lascio che il Suo volto risplenda su di me. Dio è amore. Dio è desiderio e speranza. Dio è la mia salvezza e la mia consolazione.

  Dico sempre di essere credente, non sapiente. Bisogna diffidare di chi crede di sapere. Per me nella vita non si smette mai di imparare.

   Proprio come la maggior parte delle persone, mi ritengo un uomo buono. Può sembrare pretenzioso, certo, per non dire altezzoso o arrogante. Ma non è questo che intendo. Sono una persona con una marea di difetti, una persona che ha commesso innumerevoli sbagli ed errori. Ne sono pienamente consapevole, e sono il primo ad ammetterlo. Quello che voglio dire è che ho sempre agito con le migliori intenzioni, spinto dall’amore e dalla premura. Ho sempre voluto fare la cosa giusta.

 

  La settimana successiva al compleanno di Stella non è stata molto diversa dalle altre. Il giorno dopo, sabato, io e Ulrika siamo andati in bicicletta a casa di alcuni nostri cari amici nel quartiere di Gunnesbo. Ne ho approfittato per indagare con circospezione sugli avvenimenti di quella notte, ma Ulrika mi ha assicurato che Stella non aveva niente di grave, erano solo problemi con un ragazzo, cose che capitano normalmente a diciannove anni. Non dovevo preoccuparmi.

   La domenica ho parlato al telefono con i miei genitori. Quando la conversazione è finita su Stella, ho detto che in quel periodo era poco a casa, al che mia madre mi ha ricordato com’ero io da adolescente. Si dimentica in fretta di guardare le cose dalla giusta prospettiva.

   Il lunedì avevo un funerale la mattina e un battesimo il pomeriggio. È un mestiere particolare, il mio, in cui morte e vita si stringono la mano sulla soglia. La sera Ulrika è andata a yoga e Stella si è chiusa a chiave in camera sua.

   Il mercoledì ho celebrato un bellissimo matrimonio tra due persone anziane della comunità che si erano conosciute poco dopo aver perso i rispettivi compagni di vita. Un momento che ha fatto breccia nel mio cuore.

   Il giovedì mi sono slogato leggermente la caviglia giocando a bandy. Anders, un mio vecchio compagno di pallamano, ora vigile del fuoco e padre di quattro figli, mi ha pestato il piede per sbaglio durante un’azione, ma sono comunque riuscito a finire l’allenamento.

  Mentre andavo al lavoro in bicicletta, il venerdì mattina, mi sentivo stanco. Dopo pranzo ho seppellito un uomo che aveva appena quarantadue anni. Un tumore, ovviamente. Ancora non mi sono abituato all’idea che persone più giovani di me possano morire. Sua figlia aveva scritto una poesia d’addio, ma non è riuscita a recitarla perché piangeva troppo. Non ho potuto fare a meno di pensare a Stella.

 

  Dopo quella lunga settimana, venerdì sera mi sentivo particolarmente giù. Ero davanti alla finestra della camera da letto a guardare agosto sprofondare all’orizzonte. La serietà dell’autunno aveva messo un piede oltre la soglia. Oltre i tetti delle case si vedevano scomparire le ultime volute di fumo dei barbecue, e i cuscini dei mobili da giardino venivano messi via per la stagione.

   Finalmente potevo togliermi il collarino da pastore. Mi sono passato una mano sulla nuca sudata. Nell’appoggiarmi al davanzale ho urtato la foto di famiglia, facendola cadere a terra.

   Il vetro si è incrinato, ma l’ho comunque rimessa al suo posto. Nella foto, che ha almeno dieci anni, ho la pelle tonica e lo sguardo giocoso. Ricordo che scoppiammo a ridere subito prima che il fotografo scattasse. Ulrika sorride a bocca aperta e davanti a noi c’è Stella, con le guance rosee, le trecce e una maglietta di Topolino. Sono rimasto per un po’ alla finestra a guardare la foto, con i ricordi che mi si gonfiavano in gola.

  Dopo aver fatto la doccia ho preparato uno stufato di maiale e chorizo. Ulrika si era comprata un paio di orecchini nuovi, delle piccole piume d’argento, e a cena abbiamo bevuto una bottiglia di vino sudafricano, per poi concludere la serata sul divano, mangiando bastoncini salati e facendo una partita a Trivial Pursuit.

   «Sai dov’è Stella?» ho chiesto mentre mi spogliavo in camera da letto. Ulrika si era già infilata sotto le coperte.

   «Doveva vedere Amina. Non è detto che torni a dormire.»

   L’ultima frase le è scappata come se fosse una bazzecola, anche se Ulrika sa esattamente cosa penso del fatto che non è dettoche nostra figlia torni a casa per la notte.

   Ho guardato l’orologio. Erano le undici e un quarto.

   «Quando arriva, arriva» ha detto Ulrika.

   Le ho lanciato un’occhiataccia. A volte mi sembra che dica le cose solo per provocarmi.

   «Le mando un SMS» ho detto io.

   E poi ho scritto a Stella chiedendole se aveva intenzione di tornare a casa a dormire. Ovviamente non mi ha risposto.

   Mi sono messo a letto con un profondo sospiro. Ulrika è rotolata subito dalla mia parte, intrufolando una mano sul mio fianco. Mi ha baciato il collo mentre fissavo il soffitto.

   So che non bisognerebbe preoccuparsi. Io da giovane non sono mai stato un tipo nevrotico. L’ansia è arrivata di soppiatto quando sono diventato padre, e sembra aumentare di anno in anno.

   Con una figlia di diciannove anni hai solamente due possibilità: o vivi costantemente sotto stress oppure cerchi di ignorare tutti i rischi a cui, a quanto pare, lei adora esporsi. È una questione di mera sopravvivenza.

   Poco dopo Ulrika si è addormentata sul mio braccio, con il fiato caldo che si frangeva sul mio collo come una morbida onda. Di tanto in tanto faceva uno scatto, ma subito il sonno la avvolgeva di nuovo.

  Ho veramente cercato di dormire, ma avevo la testa colma di pensieri. La stanchezza si era trasformata in un’ossessiva attività cerebrale. Pensavo a tutti i sogni che avevo avuto nel corso degli anni, molti dei quali erano cambiati, mentre altri speravo ancora di realizzarli. E poi ho pensato ai sogni di Stella, trovandomi costretto, mio malgrado, a constatare che non sapevo cosa desiderasse mia figlia dalla vita. Continua testardamente a sostenere che non lo sa nemmeno lei. Nessun progetto, nessuna pianificazione. Così diversa da me. Alla fine del liceo, io avevo già un’immagine nitida di come si sarebbe sviluppata la mia vita.

   So che non posso influenzare Stella. Ha diciannove anni e decide da sola. Una volta Ulrika ha detto che amare significa mollare la presa e lasciar volare la persona che ami, ma spesso mi sembra che Stella stia ancora provando a sbattere le ali senza riuscire a sollevarsi in aria. Mi ero immaginato altro.

  Ero stanco morto, ma non riuscivo lo stesso a dormire. Mi sono girato su un fianco e ho controllato il telefono. Stella aveva risposto.

  Sto tornando a casa ora

 

   Quando ho sentito girare la chiave nella toppa erano le due meno cinque. Ulrika si era allontanata e si era girata dall’altra parte. Ho ascoltato i passi felpati di Stella al piano di sotto, il rubinetto del bagno che si apriva, passi veloci fino alla lavanderia e ancora acqua che scrosciava. Mi è sembrata un’eternità.

   Alla fine ho sentito lo scricchiolio dei suoi passi sulle scale. Ulrika ha fatto uno scatto. Mi sono chinato su di lei per guardarla, ma sembrava ancora addormentata.

   Sensazioni contrastanti mi tormentavano. Da una parte ero irritato perché Stella mi aveva fatto stare in pensiero, dall’altra ero sollevato perché era finalmente tornata a casa.

   Mi sono alzato e ho aperto la porta della camera da letto proprio mentre lei ci passavadavanti con addosso solo la biancheria intima e i capelli che le ricadevano sulla nuca in un groviglio bagnato. Quando ha aperto la porta della sua stanza la spina dorsale le riluceva come una striscia luminosa nella penombra.

   «Stella?» ho detto.

   Senza rispondere, si è infilata velocemente nello spiraglio e ha chiuso a chiave la porta alle sue spalle.

   «Buonanotte» le ho sentito dire dall’altra parte.

   «Dormi bene» ho sussurrato.

   La mia bambina era a casa.

 

Continua a leggere…

 

L’autore.   

Mattias Edvardsson.

Mattias Edvardsson è uno scrittore e insegnante di Trelleborg, in Svezia. È autore di tre romanzi precedenti e due libri per giovani lettori. Il suo romanzo di suspense psicologico di rottura A Nearly Normal Family è stato pubblicato da Forum nell’estate del 2018 ed è diventato un importante bestseller. Edvardsson vive con la sua famiglia a Löddeköpinge, in Svezia.

 

 

 

  • Una famiglia quasi normale
  • Mattias Edvardsson
  • Traduttore: S. K. Milton Knowles
  • Editore: Rizzoli
  • Collana: Rizzoli narrativa
  • Anno edizione: 2019
  • Pagine: 510 p., Brossura

Acquista € 9,99

 

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