…Insomma, mi sono svegliato o addormentato, magari ero nello stato gassoso, sospeso, del dormiveglia…

UNA MATTINA MI SON SVEGLIATO…

Un quasi racconto orwelliano

Era una bella mattina d’agosto dell’anno II d. C. (dopo il Contagio); sull’Atlantico un minimo barometrico avanzava in direzione orientale incontro a un massimo incombente sulla Russia e non

mostrava per il momento alcuna tendenza a schivarlo spostandosi verso nord. Copio quasi letteralmente l’incipit del’L’uomo senza qualità di Robert Musil; non sapevo come iniziare altrimenti la narrazione di ciò che mi accadde quel giorno. Una mattina mi son svegliato e non ho trovato l’invasor: ho scoperto di essere io stesso l’invasore. Ma poi, mi sono davvero svegliato, o è stato tutto un sogno, come la vita di Sigismondo, l’eroe di Calderòn de la Barca? Tutto ciò che vediamo o sembriamo, pensava Edgar Allan Poe, non è altro che un sogno dentro un sogno. Forse sono pazzo e confondo sogno e realtà. Beato il poeta folle Hoelderlin: “un dio è l’uomo quando sogna, e un mendicante quando riflette.”  

Insomma, mi sono svegliato o addormentato, magari ero nello stato gassoso, sospeso, del dormiveglia. Mi trovavo in un luogo affollato da un numero infinito di esseri umani, tutti a distanza di un metro, in file quadrate. Degli sgherri in uniforme arcobaleno, armati di un centimetro da sartoria, misuravano con studiata lentezza la distanza interpersonale, chiamata distanziamento sociale, colpendo con violenza, armati di verghe, chi si avvicinasse al prossimo anche di un solo centimetro. Sembravano felici di punire i reprobi: sentivo le risate degli uomini e delle donne in uniforme. Guardavano con simpatia soltanto chi additava il vicino che si era approssimato. Tutti, compresi gli sgherri, indossavano maschere multicolori. I tipi in uniforme avevano grandi occhiali a specchio, come le spie dei fumetti: non si capiva se fossero uomini, donne, transessuali o intersessuali.

La folla era ammassata davanti a un grande cancello, la nuova frontiera. Avrei giurato, nel delirio onirico, che la sera prima, in quello stesso punto, non ci fossero sbarre, inferriate, tanto meno un confine. Sballottato e un po’ tramortito, stupito dalle novità incomprensibili, venni a sapere che quello era il punto di accesso al Nuovo Mondo. Per varcare la soglia occorreva esibire un salvacondotto colorato chiamato green pass, passaporto verde. Strano, pensai, osservando a distanza il cartiglio mostrato da un concittadino, giacché in verde erano stampati solo il nome e cognome del possessore, la data di nascita e un codice lunghissimo, chiamato Identificativo Univoco del Certificato. Stranamente, tutte le indicazioni erano scritte, oltreché in italiano, anche in inglese. Nel rumore assordante, tutti parlavano lingue diverse senza capirsi come a Babilonia; io stesso non comprendevo granché di quel che accadeva attorno a me.

Ma la vita è sogno e i sogni, sogni sono. O incubi, a scelta. Davanti al cancello, agenti in uniforme controllavano il “passi” con macchinari che sprigionavano luci verdi o rosse. Un tornello permetteva o negava inesorabilmente l’accesso oltre la linea, la terra dell’Immunità. Sentivo piangere chi veniva respinto, tra le risate sardoniche delle guardie e la gioia dei fortunati. “Crucifige, crucifige, omo che se fa rege, senza pass, secondo nostra legge, contradice al Senato”, salmodiavano i più accesi. Che fosse tutta un’allucinazione, un effetto collaterale di certe iniezioni a cui mi avevano sottoposto? Confondevo Jacopone da Todi con Goffredo Mameli, l’elmo di Scipio con il codice QR.

Era il mio turno quando vidi nella sua interezza il grande cancello invalicabile e notai che era sormontato da una scritta: impfung macht frei. Uno che conosceva le lingue mi informò che in tedesco significa “la punturina rende liberi”. Chissà perché in tedesco, poi. Era il mio turno, ma non avevo nulla da mostrare agli addetti, così mi respinsero e fui costretto a unirmi – le distanza non contavano più, ammassati come pecore in attesa della tosatura – a un gruppo di uomini e donne tristi. Stavamo in una radura delimitata da strisce come quelle della polizia: scena del crimine. Il crimine eravamo noi; il nostro destino un campo di rieducazione. Venimmo avviati a un grigio edificio sormontato da un’immensa scritta luminosa, visibile a grande distanza: la maschera è il volto.

Ebbi un sussulto e pensai di essere in un libro, il seguito di 1984, in cui il palazzo del potere è sormontato dai tre slogan del partito: guerra è pace, ignoranza è forza, libertà è schiavitù. Dovetti entrare, spinto a forza dalle guardie, spalleggiate da volontari delle Ronde Sanitarie. Una signora – o forse era un uomo, chissà – in camice bianco e mascherina con impresso il logo a forma di siringa, simbolo del PUS – partito unico sanitario – mi apostrofò usando non il nome, ma il codice fiscale, informandomi che la rieducazione sarebbe iniziata subito. Non so come facesse a sapere tutto di me, ma conosceva perfettamente le mie convinzioni politiche, sociali, religiose, etiche, culturali, perfino le mie preferenze sportive, i libri, i quadri, i brani musicali preferiti.

Era al corrente della mia condizione di “cisgender” – persona il cui genere e orientamento sessuale corrisponde al sesso biologico rilevato alla nascita – sapeva che avevo scritto libri ribelli e articoli dissidenti. Ero colpevole, senza dubbio, anche se nessuno spiegava le imputazioni, come nel Processo di Franz Kafka. Fui sbalordito quando mi rivelò l’esatto importo dei miei risparmi, che neppure io conoscevo, e mi contestò che usavo assai poco la carta di credito. Sembrava davvero indignata: scrollava il capo scorrendo il mio fascicolo, scaricato dal database universale. Nessun abbonamento a televisioni commerciali, assente dalle principali reti sociali. Lei è un pessimo cittadino, un invasore della terra dell’Immunità e della Tolleranza, concluse severamente. Mi vergognavo molto e mi sentii nudo davanti a chi rappresentava il potere.

Poiché la maschera è il volto, me ne fu assegnata una, obbligatoria h.24, del colore da me aborrito e con il logo di una squadra di calcio avversaria. La rieducazione consisteva in una pena del contrappasso, come per i dannati della Commedia. Lettura obbligata dei quotidiani governativi, innanzitutto, e poi, ore e ore davanti alla televisione, per assistere a tutti i telegiornali, dibattiti con intellettuali, giornalisti e scienziati graditi al PUS. Fu durissima, e ancora non so se sono impazzito o rinsavito, né se fu sogno oppure incubo. Furono inflessibili con la pubblicità. Sulle prime, mi parve una tortura intollerabile: menzogne ripetute, la rappresentazione ipnotica di un mondo falso gioioso, di consumatori compulsivi, giovani, uguali nonostante il diverso colore della pelle. Ero ancora abbastanza padrone di me stesso per meravigliarmi: non avrai niente e sarai felice, è lo slogan, ma devi per forza desiderare e consumare,   

Dopo un po’ mi abituai: non coglievo più la differenza tra pubblicità, notizie e spettacolo. Si svolgeva una rappresentazione unica sotto forme diverse: menzogne ripetute all’infinito, destinate a imprimersi nella memoria e diventare verità. Coazione a ripetere, in linguaggio psicanalitico. Mi tornò in mente il racconto di amici il cui figlio bambino piangeva quando finiva la pubblicità e riprendeva la programmazione “normale”: esempio perfetto di schiavo felice, abitatore della caverna ignaro dell’esistenza di qualunque cosa oltre le ombre.

All’inizio, mi rendevo conto – il mezzo è il messaggio – che mi stavano manipolando, indottrinando, poi le difese caddero progressivamente e cominciai a vivere in una bolla popolata di Mulini Bianchi, assorbenti intimi “che non fanno perdere la verginità”, coppie multietniche e intersessuali, felicità animale di consumare e pagare “a piccole rate mensili”, intervallata da pistolotti moralistici, prediche di gente prezzolata dedita al lavaggio del cervello, notizie , bollettini sanitari diramati da imbonitori di regime, i dipendenti del PUS. Tutto diventava così confuso che l’unica salvezza era accettare tutto, credere ogni cosa, rifugiarsi nel gregge.

C’era anche una colonna sonora: Imagine di John Lennon, l’inno del Nuovo Ordine Mondiale. Prima mi lasciai cullare dagli accordi musicali, belli, suadenti; poi scoprii il testo e tremavo: “Immagina che non ci sia alcun paradiso. Se ci provi, è facile. Nessun inferno sotto di noi. Sopra di noi solo il cielo. Immagina tutta la gente che vive solo per l’oggi. Immagina che non ci siano patrie. Non è difficile. Nulla per cui uccidere o morire. Ed anche nessuna religione.” Per un po’ tentai di resistere, non ascoltare, rifiutare il messaggio. Infine crollai e provai a immaginare il mondo cantato da John Lennon, un deserto di esseri senza volto e senza cuore. Probabilmente, cambiò la mia espressione, o i guardiani erano in grado di conoscere i pensieri più reconditi. Mi dettero delle pasticche e mi parve di uscire da me stesso. Iniziò così uno strano viaggio psichedelico, allucinatorio.

Nel delirio, mi convincevo che la maschera è il vero volto e che la libertà è schiavitù. Il passaporto sanitario è uno strumento di libertà, non discrimina chi non lo possiede, non sorveglia e non traccia la vita di chi ce l’ha. Tutto diveniva fluido e chiaro: scomparivano le vecchie convinzioni, le incrostazioni di un tenace pensiero errato. Scorrevano immagini uno dopo l’altra. Prima aborrivo la sciatteria della messa, le omelie di celebranti frettolosi, da cui quali è escluso il nome di Dio, l’igienizzante per le mani – l’acqua santa post moderna – il Padre Nostro modificato (perché l’Onnipotente non potrebbe “indurre in tentazione”?). Paragonavo il latino marmoreo alle mediocri traduzioni, il venerando “dignum et iustum est” trasformato nel misero “è cosa buona e giusta”, l’Agnello di Dio che “toglie “i peccati del mondo”, e non li prende su di sé, significato originale del verbo latino. Finalmente, comprendevo la chiesa irreligiosa, ossia immaginavo, come John Lennon, il mondo senza Dio.

Ricondizionato, provavo disgusto per il passato, la tradizione, il vecchio ordine.È tutta una commedia in cui ciascuno recita una parte, dicevo nello stato di alterazione febbrile e immaginavo il mondo senza passato e senza futuro. Non c’è nulla per cui valga la pena di battersi, tanto meno la ridicola libertà di fare a meno del passaporto sanitario. Droga libera, la dittatura insindacabile delle pulsioni e dei desideri, la dimensione orizzontale, oggi come unico obiettivo. L’immaginazione al potere, come proclamava il Sessantotto, tre anni prima di Imagine. Finite le vecchie avversioni, frutto di una mentalità arretrata. Via libera al mondo nuovo, applausi all’artificiale, alla tecnica padrona, al superamento dell’uomo nella macchina, alla convinzione che l’essere umano sia un animale come gli altri, senza privilegi autoproclamati, privo di anima e spirito, concetti inventati da imbroglioni del passato.

Davanti alla retina, scorrevano le immagini più disparate. Il volto di Mario Draghi non era più quello sinistro di un banchiere nemico dei popoli, gran ciambellano degli oligarchi, ma un filantropo chino sulla salute, il benessere e la vita del popolo. Scorrevano, come in uno schermo, le ultime notizie. Il sentimento era finalmente positivo: gran liberazione non far più parte dell’opposizione, dei bastian contrari. Facile transitur ad plures, è facile passare nella schiera più numerosa! George Soros e Bill Gates, i super filantropi, hanno acquistato l’industria che produce i tamponi sanitari: una buona notizia, lo fanno per noi, veglieranno sulla salute del gregge umano loro affidato. Un dubbio presto rimosso: affidato da chi?

Placato l’animo – che per un antico filosofo trovava pace solo in Dio, invenzione di un’umanità bambina – ho cambiato canale, pardon pensiero. Il viaggio di rieducazione psichedelica ha condotto, per capovolgerla, a un’altra delle passioni dell’uomo vecchio, la letteratura. Don Chisciotte, il cavaliere errante, vede finalmente i mulini a vento che prima gli sembravano giganti; riconosce le squallide locande che considerava castelli. L’elmo di Mambrino torna un bacile d’ottone, Dulcinea ridiventa Aldonza, rozza contadina, non nobile dama. La rieducazione che permette di entrare nel mondo in cui la libertà è schiavitù, la maschera volto e la scienza madre e maestra, ha scoperto il balsamo di Fierabràs, la medicina che sana ogni male.

Don Chisciotte. Disegno di Jean Giraud alias Moebius

È cosa buona e giusta dimostrare di averlo ricevuto e – da persone rinnovate, liberate, sanificate – ostentare orgogliosi il certificato, l’aureo salvacondotto. Meglio sarebbe un chip o un tatuaggio con il codice identificativo sulla fronte lasciata libera dalla maschera, prova e pegno dell’appartenenza alla tribù dei liberi schiavi. Passano veloci frammenti di immagini del mondo di ieri; riesco a ridere delle stupide domande sul senso della vita; trovo ridicolo l’amato Canto notturno di un pastore errante dell’Asia: che fai tu, luna in ciel, dimmi che fai, oziosi interrogativi di un poeta gobbo e represso, Giacomo Leopardi che scherniva dell’umana gente le magnifiche sorti e progressive.

Rigenerato, ottengo un gradito privilegio: posso cancellare uno scritto particolarmente odioso tra quelli che piacevano all’uomo di prima. Facile: sia censurato, bruciato, proibito Giorgio Agamben, che osò affermare: “è evidente che gli italiani sono disposti a sacrificare tutto, le condizioni normali di vita, i rapporti sociali, perfino le amicizie, gli affetti, le convinzioni religiose e politiche al pericolo di ammalarsi. La nuda vita – e il pericolo di perderla – non è qualcosa che unisce gli uomini, ma li acceca e separa

Da buon neofita, voglio spingermi oltre: decido di mandare al rogo per mio conto – un personale rito di iniziazione dell’ Uomo nuovo epidemiologicamente corretto – un brano della Coscienza di Zeno di Italo Svevo. “La vita somiglia un poco alla malattia che procede per crisi e lisi ed ha i giornalieri miglioramenti e peggioramenti, A differenza delle altre malattie, la vita è sempre mortale. Non sopporta cure. Sarebbe come voler turare i buchi che abbiamo nel corpo credendole delle ferite”. Di botto, mi sono svegliato madido di sudore. Ho spalancato la finestra e ho trovato l’invasor. O partigiano portami via.

Roberto Pecchioli

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