Cosa può mai suscitare, in una zitella, che vive con la zia in una città di provincia con un pensionante, un militare, che poi a guerra finita le lascia una rosa rossa in un bicchiere in cucina, era il 25 aprile 1945…

 

UNA ROSA NEL BICCHIERE

 

racconto

di

Amedeo De Angelis

Sono signorina senza genitori, e ho trascorso mezza vita in casa con una zia. Vita difficile, stentata, in un appartamento di due stanze in via Carlo leoni, buio e poco riscaldato. Per tante ore, unico segno di vita era il pendolo dell’orologio e un leggero odore di muffa.

Certo. Con la guida della zia sono cresciuta senza idee assurde, senza malignità, senza aver frequentato sale da ballo. Mi sarebbe piaciuto, anni fa, andare a ballare da Comini, ma il parroco di San Nicolò aveva detto a mia zia che i tè danzanti erano l’anticamera dei fidanzamenti sbagliati, e anche peggio. Dopo la quarta frequentata alle tecniche, sono passata ad una scuola di cucito, e lì mi sono rovinata gli occhi, per cui porto gli occhiali. Mia zia porta lenti molto più spesse delle mie, perché lavora di cucito da più di quarant’anni. Una volta la settimana si andava al cinema, la zia ed io. Un cinema di periferia con le bucce di arancia per terra. Rientravamo a casa dopo aver compiuto un lungo giro in via san Pietro per evitare di passare dinanzi a certi luoghi frequentati dagli uomini.

Mentre io lavoravo in casa da pantalonaia, la zia, di giorno, rimagliava calze di seta o di bemberg portate lì dalle signore o da un negozio, con una minuscola macchinetta ad uncino.

Venne la guerra, quella dura del 1944 ed appigionammo la mia stanza a un ufficiale, ed io passai a dormire in camera con la zia, su una branda. Stavamo strette, perché bisognò fare posto anche al mio tavolino da lavoro.

Il sottoufficiale rientrava la sera, quando noi eravamo già a letto. Anzi anticipavamo l’ora del riposo perché la zia non voleva che si trattenesse a parlare con noi in cucina. Era un sottoufficiale del 1944. È un ospite che paga puntualmente, diceva la zia, ma non deve fare comunella con noialtre due, con tutta la gente cattiva che c’è in giro.

Qualche sera egli lasciava sulla tavola della cucina, per noi, un pacchetto di spaghetti di pasta scura, un pezzo di formaggio Roma, una volta una grossa fetta di mortadella da mezzo chilo, e spesso una pagnotta di pane bianco.

 

   Conoscevo il rumore dei suoi passi e la sua tosse. Lo immaginavo giovane e robusto, con un viso somigliante a quello di Gary Cooper, ma con gli occhi più grandi e neri.

La zia, il mattino alle sette, si alzava dal letto per preparargli il caffè in cucina. Sentivo che lo ringraziava della pasta e della mortadella, proponendo poi di pagargli «almeno il disturbo». Il sottoufficiale rispondeva con una voce scura appena velata dalla raucedine. Solo quando lui usciva di casa, puntuale alle sette e mezzo, avevo il permesso di entrare nella sua stanza per rifargli il letto e per spolverare, e allora venivo investita da un odore di fumo secco, irrespirabile. Tossivo, sul portacenere del comodino, il numero delle cicche, qualcuna più lunga delle altre e schiacciata da un gesto nervoso. Qualche mattina erano dodici, qualche altra dieci, qualche altra nove. Una volta trovai sette cicche sul portacenere del comodino, e cinque sul portacenere alla finestra: segno che aveva passeggiato avanti e indietro per la stanza durante buona parte della notte. Un’altra volta mi parve di vedere una cicca macchiata di rossetto da donna, ma poi constatai che si trattava di una sigaretta col bocchino dorato.

Per sentire meno freddo, qualche giorno lavoravo in cucina. Una mattina la zia venne là con aria desolata.

   «Antonia», mi disse. «Sono andata per buttare l’acqua del catino dove si è lavato stamattina il sergente, e l’ho trovata tiepida. Deve aver nascosto in qualche angolo un fornellino. Lo attacca con la spina, capisci che razza di trucco, si scalda l’acqua e poi noi povere disgraziate paghiamo il conto della luce».

Rammentai alla zia che egli ci portava degli omaggi di mortadella, formaggio, spaghetti, pane bianco, e che perciò, in quei tristi momenti, non dovevamo rimproverargli nulla. Ma la zia non si lasciò convincere.

   Allora una domenica, quando verso le due del pomeriggio lo sentì rientrare, ella mise il capo fuori dalla cucina e lo invitò a prendere il caffè con noi. Usò una voce gentile, falsamente suadente, come quando ero bambina e intendeva correggermi o darmi qualche punizione.

Vidi quel giorno, per la prima volta, il sottufficiale. Aveva il volto lungo, cavallino, e le sopracciglia nere molto spesse. Anche i suoi denti non erano perfetti e quando sorrideva gli si scoprivano le gengive un po’ gialle, forse era colpa del troppo fumare. Ma era simpatico, maschio se si può dire e (come immaginavo per i suoi frequenti doni) doveva essere buono, forse un tipo malinconico, di quelli che hanno sempre in mente la famiglia, che vogliono più di tutto il calore della casa. Non portava anelli.

La zia lo fece accomodare porgendogli lei la sedia di paglia. Lui si guardava attorno in cucina, come se non l’avesse mai vista, da una parte all’altra, lentamente, e nella traiettoria il suo occhio s’arrestava un attimo su di me. La zia gli domandò: «Lo vuole ben cado, il caffè?», e calcò la voce sulla parola caldo.

   «Come piace a voi», rispose; poi, indicandomi, chiese alla zia: «È vostra figlia?»

   «È mia nipote», fu la risposta. «Viviamo insieme noialtri due sole da quando è rimasta orfana, dal 1933».

L’uomo continuava a guardarmi. Poteva avere su e giù quarant’anni, ed io ero vicina ai trenta. La zia servì il caffè, caffè di orzo abbrustolito e macinato, perché caffè vero oramai non se ne trovava più da tempo.

   «Speriamo che sia abbastanza caldo», disse la zia, «altrimenti glielo rimetto sul fornelloancora qualche minuto».

Il sottoufficiale rispose che, così, andava benissimo. mi venne in mente in quel momento la mia malattia di nove anni fa, una pleurite, e quando, convalescente, dovevo prendere al mattino un uovo sbattuto con un’aggiunta di latte. Ero seduta nello stesso posto in cui sedeva ora il sottoufficiale, con la tazza davanti, e la zia, alzando appena gli occhi dall’uncinetto, con una premura mista a golosità, mi chiedeva, guardando me e la mia colazione di malata: «Buono, Antonietta?». Sì, sì era buono, buonissimo, ma sentirmelo chiedere in quel modo quasi ipocrita (da lei che, per risparmiare il centesimo, le uova le aveva sempre desiderate ma mai se le era concesse), la gola mi si chiudeva e deglutivo a fatica. Un uovo così buono diventava una colazione odiosa.

Il sottoufficiale rispose alle nostre domande con garbo, quasi con timidezza. Disse che, se avesse saputo che eravamo in due, avrebbe portato a casa più pasta, più formaggio e, forse, anche qualche uovo. Loro delle brigate avevano uno spaccio, poteva farlo. Avrebbe provveduto, ad ogni modo, disse, per il futuro.

Venne un milite in motocicletta a chiamarlo, quel giorno. Si infilò il giubbotto ed uscì in fretta, senza che la zia riuscisse a fargli confessare l’uso quotidiano del fornellino per riscaldare l’acqua.

Nella strada stretta, il rimbombo della moto che andava mi sembrò durare a lungo, come un’eco in una galleria.

Un sabato sera il sergente venne al cinema con noi. Pagò lui i biglietti, nonostante la zia avesse aperto per prima la borsetta. Proiettavano un film con Osvaldo Valenti, ma non ne vedemmo che poche scene, perché suonarono lugubri le sirene d’allarme. E andammo rapidi nel più vicino rifugio, una cantina puntellata e una lampadina azzurrata, insieme a tant’altra gente che veniva fuori come formiche dalle case, con coperte sulle spalle e i bimbi addormentati in braccio.

Mia zia, in un angolo, seduta su una panca da chiesa, recitava il rosario, e una volta si interruppe per dirmi: «Meno male che il cinema l’aveva pagato lui. Non si è riusciti a vedere che il principio».

Si sentirono rombi d’areoplani e tolsero la luce. vicino a me c’era il piccolo chiarore della brace di sigaretta, che s’ingrandiva ad ogni boccata nervosa:

   «Quando finirà la guerra?», domandai sottovoce al sottoufficiale. Tacque dapprima. Poi rispose sottovoce: «Meglio che non finisca mai. Quando finirà, mi ammazzano».

Molte donne pregavano là sotto, ora.

E tra qualche brusio, avvicinando la bocca al mio orecchio, così che respiravo il suo fiato di tabacco, egli disse: «Al mio paese sono odiato. Vedete. Ho fatto arrestare tre renitenti. Chi sapeva. I tedeschi se li sono portati chissà dove. Me l’hanno già detto e anche scritto, che appena torno mi fanno fuori».

   «Faccia a meno di tornare».

   «E dove mi nascondo? Non mi piace la parola nascondere».

   «In casa nostra può restare fin che vuole».

   «Appena finisce la guerra, per me finisce anche lo stipendio», disse ancora.

   «Da noi potrebbe anche non pagare».

   «Per quanto tempo?».

   «Non lo so».

   «Siete molto buona», lui disse, «ma non posso restare tutta la vita in casa vostra. Anche se… Anche se mi piacerebbe molto».

Mi venne da deglutire. Sentivo il battito del cuore fin dentro nelle tempie. Riuscii a dire ancora: «Potreste trovare un lavoro».

Era tornata la luce. Lui non rispose più. Guardava nel vuoto. Forse non aveva mai avuto un lavoro, chissà, non sapeva far altro che il sottoufficiale, e ora stava forse per perdere quel buon posto.

Il sottufficiale indossava un giacchettone di pelle nera. Là sotto nello scantinato, ora che la gente era più tranquilla e che ci vedeva, lo guardava con curiosità. Qualcuno lo guardava con un po’ di odio. Anche lui stesso, nonostante cercasse di tenere la testa alta e il torace in fuori, si sentiva a disagio. Era un sottoufficiale con un giacchettone di pelle nera. Quando terminò l’allarme, col suono lungo e lugubre delle sirene, rientrammo a casa insieme, tutt’e tre. Ripassammo davanti al cinema. Ormai avevano tirato giù le saracinesche. Passammo anche davanti a quelle case in via Sant’Agnese, la zia non aveva voluto dirgli il motivo per cui desiderava evitare quei paraggi. Da sotto i portici vidi un portoncino coi vetri di tanti colori, e niente altro. Camminavamo in silenzio. Chissà, io pensavo, se lui frequenta quei posti.

Le donne lì hanno tanti di quegli uomini di tutte le sorti; altre ragazze per bene non hanno nulla. Io non ho mai visto del tutto un uomo. Solo un vecchio una volta per strada si era aperto i pantaloni davanti a me. Sono passati tanti di quegli anni, ero una bambina, eppure ne sento ancora adesso la vergogna.

La luna illuminava i mucchi di neve sporca agli angoli delle strade.

A letto la zia mi disse sottovoce, ma mimando con la bocca le parole per farmele intendere senza che lui, di là, potesse udirle, che era stato uno sbaglio, un’imprudenza, farsi vedere nelle nostre strade con un sottoufficiale repubblichino. E che la gente se ne sarebbe ricordata al momento giusto. «Antonietta», disse ad un tratto la zia, riaccendendo la luce appena spenta. «Conosci l’elettricista che ha la bottega in via Livello? Sua moglie è venuta ieri a portarmi delle calze da rimagliare. Le ho spiegato in confidenza che abbiamo un pensionante fascista che ci ruba la luce, e allora domani verrà il marito per insegarmi a svitare la valvola. La sviteremo al sera quando lui entra e la riavviteremo quando lui esce alla mattina».

Di notte, la zia si infilava in testa una cuffia merlettata per via del freddo, e si toglieva dalla bocca l’apparecchio. Il naso e il mento quasi si toccavano. Poi si addormentava, respirava faticosamente e fischiava, pronunciando nel sonno parole incomprensibili. Nell’appartamento vicino, confinante con la nostra camera da letto, suonavano fino a tarda ora i dischi vecchi su un vecchio grammofono; dischi di opere e di canzoni, «Un bel dì vedremo» e «Mamma, solo per te la mia canzone vola». Ogni tanto la voce calava di colpo e qualcuno riprendeva a dare la carica alla manovella. Poi dormivo anch’io, ma il mio sonno era leggero che bastava lo scricchiolio d’un mobile a svegliarmi.

Una notte sentii il sottoufficiale rientrare. Era più tardi del solito. Forse mezzanotte, non osai accendere la luce per guardare la sveglia. Mi parve che camminasse senza il solito scrupoloso riguardo. Nel silenzio della notte di coprifuoco, ogni piccolo rumore diventa un frastuono. Aprì l’armadio nella sua camera, e ad uno ad uno i cassetti. Le scarpe facevano un rumore misterioso e nervoso sul pavimento, come di martellate che venissero ingrandite con l’eco. Seguivo con l’orecchio tutti i suoi movimenti. Lo sentii in corridoio, lo sentii in cucina servirsi della stufetta a gas, poi nuovamente in camera, in corridoio ancora, e infine i passi si spensero all’uscita. Il portoncino di casa, in strada, si richiuse secco.

Con la mano sul comodino cercai la mia pastiglia di valeriana, la mandai giù senza un goccio d’acqua. Così mi sarei addormentata meglio. Il grammofono della casa vicina aveva ripreso a suonare. Era una triste musica per pianoforte. Non ho una gran cultura musicale, ma poteva essere Chopin. L’orologio a muro della cucina batté due tocchi. Erano le due. Notte fonda. Il grammofono suonava ancora. Una canzone di primavera, percepivo le parole, «svegliatevi bambine» eccetera.

Non ci avevo pensato: eravamo già in primavera. La guerra mi aveva fatto dimenticare la primavera. Che cos’è la primavera? È solo foglie che nascono e sole che riscalda. Ma cos’è ancora la primavera? È forse anche amore che sboccia insieme ai fiori?

La zia respirava gorgogliando e ripeteva nel sonno frasi incomprensibili. Il vecchio grammofono, al di là della parete, aveva terminato di suonare e la sua voce era stata sostituita da quella della radio, un discorso agitato in una lingua straniera, inglese o tedesco, non riuscivo a capire.

Ecco il sonno gentile della valeriana…

Il mattino trovammo vuota la stanza del sottoufficiale. Vuotato l’armadio. Vuotati i cassetti. La zia trovò nella stufa cenere di carte bruciate, e anche di stoffa. Aveva bruciato documenti, o la divisa da soldato, chissà. E in cucina, dentro un bicchiere d’acqua, egli aveva messo una rosa rossa. Doveva averla comperata da un fioraio la sera prima, perché nei giardini il 24 di aprile 1945 le rose non erano sbocciate ancora. Era una bella rosa di primavera. L’aveva donata a me, per ricordo.

   «Meno male che aveva pagato il mese in anticipo», disse la zia ripulendo la cenere della stufa.

Due giorni dopo, la guerra era finita.

La zia ed io andammo in piazza Spalato e in corso Garibaldi a guardar passare i camion. C’era tanta gente fuori. C’erano soldati americani, sui camion, che invece di una pistola avevano in mano una bambola, e qualcuno portava in capo un tubino come gli sposi d’una volta, e qualche altro suonava la chitarra. Buttavano sigarette alla gente, come dai carri mascherati si buttano caramelle di carnevale. Passarono tre giorni interi. Al mattino andavo in piazza delle Erbe a fare la spesa, e passavano sempre. Migliaia di camion verdi con la stella bianca.

Un camion infangato, italiano, il quarto giorno s’arrestò proprio davanti alla porta di casa nostra. Ne scesero, armati di mitra e di fucili, dei borghesi in maniche di camicia, con una fascia tricolore al braccio. Salirono da noi. Dissero che cercavano un sergente. Un porco, dissero. Domandai di dove venissero. Da un paese della Toscana, risposero. E che dicessi la verità sennò mi rapavano a zero i capelli sul momento. Chissà come sarei stata bella con le rughe, il dente cariato qui sul davanti della bocca, e i capelli rapati.

No. Il sergente non era più qui da sei giorni. Se ne era andato. Non sapevamo nemmeno come si chiamasse. Quegli uomini dai piedi infangati perquisirono la nostra piccola casa, aprirono i cassetti e gli armadi, uno di essi sollevò anche il coperchio di una pentola.

   «Si mangia bene qua», disse.

Erano delle patate bollite. La zia disse che il sottoufficiale aveva pagato regolarmente le pattuite cinquanta lire al mese d’affitto (invece erano novanta), ma che c’eravamo accorti che ci rubava in continuazione la corrente elettrica.

   «Gliela mettiamo noi a lui la corrente, se lo troviamo. Voi sapete dov’è ora?», domandò il capo.

   «È andato via di notte, senza salutare», dissi.

Ci lasciarono sole. Tornai a dormire nella mia camera.

Dopo anni mi pare ancora di sentire l’odore delle sigarette, certe mattine quando mi sveglio, come se il fumo si fosse irreparabilmente incollato ai mobili.

Quando aggiusto o ricucio o stiro i pantaloni che sono il mio lavoro, mi viene alle volte il desiderio di un marito. Un marito, ecco, che abbia indosso quell’odore di fumo e che, a toccargli appena le guance, ci si senta pungere dalla barba che sta spuntando. Non so dire altro. Ma dovrebbe essere gentile, gentile quando viene a letto, e per il mio compleanno farmi trovare una rosa rossa in un bicchiere d’acqua in cucina.

  

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