Se domandassimo ad ognuno di voi che valore ha nella nostra vita l’amicizia, quali sarebbero le risposte? Variegate, come chiedere ad una sala gremita di gente quale è la temperatura percepita.

 

Il paradosso degli opposti che riguarda le relazioni, nell’amore come nell’amicizia, è il tema esplorato in un romanzo ricco di sfumature.

Nella storia recente della nostra società fatta e mutevole, nella struttura e nella sostanza, ogni valore è in continua rincorsa del suo significo passato. Uno di questi è proprio l’amicizia a tutto tondo. Il tema dell’amicizia ormai è entrato in crisi e la sua decadenza è dovuta a fattori che nessuno riesce a diagnosticare per poter fornire la giusta terapia salvavita. Tuttavia, la cura è nascosta nei cuori di ognuno di noi.

Silvia Avallone ci prova a dare una risposta a quanti se lo chiedono, con questo romanzo eccezionale, che racconta la storia di un’amicizia, convinta e duratura, pur senza difficoltà. La Avallone non è nuova a queste tematiche riflessive da cui aveva tratto ispirata anche dai suoi precedenti romanzi come ad esempio Acciaio, Marina Bellezza e Da dove la vita è perfetta.

UnAmicizia è dunque il suo capolavoro più recente. Il romanzo ci porta ancora una volta nella vita di provincia, dove l’io narrante, Elisa, ricostruisce la sua amicizia perduta con Beatrice, l’amica del liceo, che è diventata l’influencer più famosa del web, osannata dal mondo intero, ma che nessuno conosce intimamente quanto lei.

È l’amicizia dei sedici anni, delle fughe sul motorino, del primo amore, dell’ansia di crescere ed essere all’altezza del mondo.

Elisa e Beatrice sono due personaggi antitetici: amante della letteratura e della scrittura impegnata che si diverte a giocare con le parole mentre Beatrice è un’influencer che fa dell’immagine la sua unica ragione di vita., ossessionata dalla sua immagine. Schiva e infagottata in abiti trasandati Elisa, elegantissima e esageratamente appariscente Beatrice.

Quello a cui assistiamo in un’Amicizia è l’avvento di internet e dei social network, la più grande rivoluzione dei nostri tempi. Elisa e Beatrice rappresentano il diverso approccio alle nuove opportunità che la visibilità promette, nascondendo dietro la bellezza delle immagini che ci ritraggono sempre al meglio, la fragilità della vita reale, così imperfetta da non poter essere ostentata con veridicità.

Una cosa le accomuna: entrambe provengono da famiglie disfunzionali, come dicono gli psicologi odierni. Neanche a dirlo, per colpa delle madri. Entrambe in cerca di riscattarsi da quello che le ha rese così bisognose l’una dell’altra, non come due amiche, nemmeno come due amanti, ma come una madre e una figlia.

La narrazione intreccia gli avvenimenti del passato a quelli del presente, ma l’ultimo tassello del mosaico viene messo solo nelle ultime pagine. Fino alla fine possiamo solo prendere atto di ciò che è successo, ma ancora non possiamo schierarci; anche se crediamo di aver già capito tutto, intuiamo che dobbiamo arrivare fino alla fine per scegliere da che parte stare, per comprendere le cause reali che hanno portato alla rottura di questo rapporto.

Ormai l’Autrice ha la capacità di tirar fuori il meglio da ogni storia e la sua penna è il suo vero tratto distintivo, che ci fa innamorare ogni volta che la leggiamo. Questo romanzo supera di gran lunga le aspettative tant’è che numerosi lettori l’hanno definito un romanzo di formazione.

La trama del romanzo

Se le chiedessero di indicare il punto preciso in cui è cominciata la loro amicizia, Elisa non saprebbe rispondere. È stata la notte in cui Beatrice è comparsa sulla spiaggia – improvvisa, come una stella cadente – con gli occhi verde smeraldo che scintillavano nel buio? O è stato dopo, quando hanno rubato un paio di jeans in una boutique elegante e sono scappate sfrecciando sui motorini? La fine, quella è certa: sono passati tredici anni, ma il ricordo le fa ancora male. Perché adesso tutti credono di conoscerla, Beatrice: sanno cosa indossa, cosa mangia, dove va in vacanza. La ammirano, la invidiano, la odiano, la adorano. Ma nessuno indovina il segreto che si nasconde dietro il suo sorriso sempre uguale, nessuno immagina un tempo in cui “la Rossetti” era soltanto Bea – la sua migliore amica. Elisa è una donna schiva, forse un po’ all’antica. Non ama le foto e i social, convinta com’è che chi siamo sia “infinitamente più interessante, e commovente, di quel che vorremmo a tutti i costi sembrare”. Ora però vuole mettersi in gioco, fare i conti con se stessa scrivendo: perché soltanto le parole possono restituirci la complessità delle storie che non mostriamo al mondo e che pure, silenziosamente, tutti ci portiamo dentro. Attraverso la sua voce, Silvia Avallone ci accompagna in questo romanzo potente e liberatorio, invitandoci a riflettere sul nostro presente e a domandarci: “La vita ha davvero bisogno di essere raccontata, per esistere?”.

 

Come inizia

«A cosa serve la vita?»

«Non lo so.»

«Neanch’io. Ma non credo che serva a vincere.»

JONATHAN FRANZEN, Le correzioni

 

I DIARI

Bologna, 18 dicembre 2019

ore 2

 

Il fondo del buio era il luogo che mi faceva più paura, da bambina. Bastava scendere in garage senza premere l’interruttore, socchiudere la porta della cantina, ed eccolo lì, muto e denso. In agguato.

   Nel fondo del buio poteva annidarsi qualsiasi pericolo. Streghe, animali spaventosi, mostri senza volto, ma anche niente: il vuoto. Credo sia stata questa la ragione che mi ha costretta a dormire con mia madre fino a un’età irragionevole che mi vergogno a dire.

   Adesso, a trentatré anni, guardo nel fondo del buio della mia stanza e mi sembra di sentire i miei vecchi diari scricchiolare nel nascondiglio in cui li ho sepolti vivi dopo averti persa. Cinque anni di liceo e uno di università riassunti con calligrafia svolazzante, uniposca e lustrini d’argento, silenziati e quiescenti come dentro un reattore abbandonato.

   Da quando non siamo più amiche ho smesso di tenere traccia della vita.

*

Mi metto a sedere sul letto. In un impeto di maturità capisco che è arrivato il momento di ricordare, e affrontarti. Non potrei prendere alcuna decisione saggia nei tuoi confronti, altrimenti.

   Recupero la scala nello sgabuzzino, salgo due pioli e mi fermo perché mi sento una ladra. Di cosa?, mi chiedo. Del mio stesso passato?

   Arrivata in cima, ho la tachicardia. Allungo le braccia nella polvere che ricopre l’armadio ed estraggo tutti e sei i diari dal fondo del buio.

   Li porto alla luce sul comodino. Tenerli qui, vicino a me, è un pugno in pieno stomaco. Di fronte alle copertine rosa, a fiori, dorate, sento l’esigenza di mettere subito le cose in chiaro: non c’è pace possibile tra me e te, Beatrice.

   Poso una mano sulla copertina lilla dell’agenda 2000-2001, tentata, ma ancora indecisa se aprirla oppure no. E mentre combatto con me stessa, le dita sfuggono al controllo, s’infilano per conto loro tra le pagine. Il diario si spalanca e ne esce una Polaroid scolorita, una di quelle che ci aveva scattato mio padre.

   La raccolgo, l’avvicino all’alone più intenso della lampadina. Riconosco me piccoletta, i capelli tagliati corti, la felpa dei Misfits, il sorriso spaurito. E riconosco te, il mio esatto contrario. Con la chioma magnifica, il rossetto rosso, le unghie viola; mi abbracci e ridi forte. Non ce la faccio, a vederci.

   Volto la foto. Sul retro trovo scritto: “Amiche per sempre”. La data: “14 giugno 2001”.

   Non so da quant’è che non mi capitava, ma scoppio a piangere.

PARTE I

Prima che la conoscessero tutti

(2000)

1

Il furto dei jeans

 

Se questa storia deve avere un inizio, e deve averlo per forza, allora voglio partire dal furto dei jeans.

   Non importa se non coincide con il principio cronologico dei fatti, se quel pomeriggio ci conoscevamo già. Noi due siamo nate lì, fuggendo in motorino.

   Prima però serve una premessa. Che mi costa fatica e m’innervosisce, ma sarebbe scorretto far finta che la Beatrice in questione sia una Beatrice qualsiasi. Il lettore comincerebbe tranquillo e poi, una volta scoperto che si tratta di te, salterebbe sulla sedia dicendo: “Ma è lei?!”. E si sentirebbe preso in giro. Purtroppo, quindi, non posso prescindere da quello che la ragazzina dei miei diari è diventata: un personaggio pubblico, di quelli ingombranti. Anzi, direi che più ingombrante di te, al mondo, non c’è nessuno.

*

La persona di cui parlo, infatti, è Beatrice Rossetti.

   Già, lei.

   Ma prima che la conoscessero tutti in tutto il pianeta, e che a ogni ora del giorno e della notte si sapesse dov’era e com’era vestita, Beatrice era una ragazza normale, era mia amica.

   La migliore, per essere precisi, l’unica che abbia avuto. Anche se nessuno lo immaginerebbe mai, e io mi sono sempre ben guardata dal rivelarlo.

   Parlo di parecchi anni fa, quando il mondo non era sommerso di sue foto e il suo cognome, al solo pronunciarlo, non scatenava dibattiti, infinite discussioni, litigi feroci. I poli magnetici, gli oceani, le terre emerse non vibravano appena lei rendeva pubblico uno sguardo ammiccante, un tailleur, una cena romantica in compagnia di un bel ragazzo in cima al Burj Khalifa. Anzi, per la stragrande maggioranza di noi, il web nemmeno esisteva.

   Non ho mai perso il controllo sul voto del segreto che ho posto sulla nostra amicizia. E se lo allento adesso è solo per fare chiarezza con me stessa. La confessione, per inciso, nasce e muore qui, nella camera privata con porta chiusa che per me significa da sempre la scrittura.

   Non mi sognerei mai di dirlo in giro, o peggio, di vantarmene. E poi, chi mi crederebbe? Se mi limitassi anche solo ad accennare ai miei colleghi, per esempio: “Conosco la Rossetti, eravamo in classe insieme”, so già che quelli non mi lascerebbero più andare a forza di domande morbose. E darebbero per scontato che tra noi ci sia stato solo qualche ciao, qualche occhiata casuale: figuriamoci se una come lei e una come me potevano diventare complici.

   Vorrebbero estorcermi dettagli piccanti, meglio se imbarazzanti, ridurre la sua divinità a peccato, a trabocchetto: “Dillo, è rifatta?”. “A chi l’ha data per diventare così famosa?”

   Ma domanderebbero alla persona sbagliata, perché io non ho conosciuto “la Rossetti”: io so chi è Beatrice. Gli omissis nelle biografie, le domande eluse nelle interviste, i vuoti e le perdite di cui non rimane traccia da nessuna parte, io li ho conservati. Insieme a certe nostre felicità infantili e scandalose, che non interesserebbero a nessuno, ma che a me, ancora oggi, fanno accapponare la pelle.

   Dopo di lei, infatti, ho cercato altre amicizie, ma senza impegnarmi. Dentro di me sapevo che quella magia di segreti e tane in cui nascondersi e giuramenti solenni poteva scoccare solo in quarta ginnasio tra me, Elisa Cerruti, perfetta sconosciuta, e Beatrice Rossetti, che più celebre di così è impensabile. E allora cosa può cambiare, a me che l’ho persa, se tutti là fuori la idealizzano, la incensa no, la crocifiggono, la odiano e, in ogni caso, credono di conoscerla?

   Non sanno niente di niente, penso io.

   Perché lei era la mia migliore amica in tempi non sospetti. E io ho fatto l’alba leggendo tutti e cinque i diari del liceo insieme al primo dell’università. E poi ho guardato a lungo la scrivania di fronte alla finestra, il computer che fino a oggi ho usato solo per lavoro. Sono rimasta in piedi a fissarlo con paura. Perché da ragazzina ero convinta di essere brava a scrivere, credevo che sarei diventata addirittura una scrittrice. Invece ho mancato l’obiettivo. Mentre Beatrice è diventata un sogno.

   Però la Bea che nessuno conosce la sento premere per uscire. Mi sono tenuta questo vuoto nell’anima per tanto di quel tempo, che adesso non me ne frega nulla se sono all’altezza oppure no. Non voglio dimostrare niente. Solo raccontare. Ammettere che nel 2019 non mi sono ancora passate: la delusione, la rabbia, la nostalgia. E non so se dirlo sia una resa o una liberazione, lo scoprirò alla fine.

   Quel che voglio restituirmi ora è solo l’inizio.

*

Dicevo, il furto dei jeans.

   L’11 novembre del 2000 – così è segnato sul diario di prima superiore – un sabato opprimente, con la pioggia che batteva contro i vetri della finestra e l’imperativo categorico per me, come per tutti i miei coetanei, di uscire, divertirmi e avere un mucchio di amici, io me ne stavo chiusa in camera a deprimermi senza fare niente. Anche Beatrice all’epoca, per quanto oggi possa suonare assurdo, non godeva di grande popolarità. Anzi, doveva avere ancora meno amici di me se verso le due e mezza, dopo mangiato, arrivò a chiamarmi sul telefono di casa.

   Io ero proprio l’ultima spiaggia, infatti. Vivevo in quella città da poco più di quattro mesi e non solo non mi ero integrata, ma non me n’ero fatta una ragione; volevo solo morire.

   Al ritorno da scuola avevo pranzato con mio padre in silenzio come al solito, poi ero andata a rintanarmi in cameretta, mi ero infilata le cuffie del walkman nelle orecchie e avevo ripreso a stilare la lista di aggettivi – “solitario”, “fulvo”, “anziano” – per il platano al centro del cortile. Infine mi ero scocciata pure di cercare parole e avevo buttato il diario a terra. Me ne stavo così, a gambe incrociate sul letto, piena di rancore nei confronti del mondo, quando papà bussò. E io, ovviamente, non risposi. Spensi la musica. Lui attese. Bussò di nuovo e di nuovo non risposi. Era una specie di gara a chi s’intestardiva di più. Finché lui scostò la porta, si affacciò lo stretto necessario a non urtarmi: «C’è una tua compagna di classe al telefono, si chiama Beatrice».

   Mi partì il cuore.

   «Forza, ti sta aspettando» m’incitò, visto che non mi muovevo.

   Si capiva che era contento: credeva iniziassi a farmi delle amiche, ma si sbagliava. Prima di quella telefonata Beatrice e io non lo eravamo affatto. Lei una volta mi aveva illusa, ma poi mi aveva solo snobbata. A scuola faceva finta di non vedermi. Peggio di quelli che mi prendevano in giro: indifferenza totale.

   «Ci vieni in centro con me?» mi domandò appena appoggiai l’orecchio al ricevitore. Avrei dovuto risponderle no e riattaccare. Invece capitolai.

   «Quando?»

   «Tra mezz’ora, un’ora?»

   Camminare insieme in corso Italia davanti a tutti, quanto mi sarebbe piaciuto. Non fidarti, mi ammonii stringendo la cornetta più forte. Ragiona: la faresti sfigurare. Ci dev’essere sotto una trappola, per forza. E poi, scusa: con che faccia tosta mi cerca? Ero arrabbiata. Però anche, contro la mia volontà, emozionata.

   «E in centro cosa facciamo?» Tastai il terreno.

   «Non posso dirtelo per telefono.»

   «Perché?»

   «Perché è un segreto.»

   «Dimmelo, o niente.»

   «Sì, così ti tiri indietro…»

   Rimasi in silenzio, sapevo aspettare. Lei esitò, ma alla fine non resistette e mi sussurrò: «Voglio rubare dei jeans. So già quali».

   Smisi di respirare.

   «Da sola non riesco, ho bisogno di un palo» ammise. «Ma tu non hai idea: non sono jeans qualsiasi… Costano quattrocentomila lire!» esclamò sottovoce. Immaginai si tenesse una mano davanti alla bocca per non farsi sentire là, a casa sua. «Se vieni, ne rubo un paio anche per te. Promesso.»

   Dalla cucina dove stava sparecchiando, papà si sporse e buttò l’occhio in corridoio, a me rigida accanto al tavolino del telefono. Avrebbe dato non so cosa pur di vedermi uscire, ambientarmi in quella città che mi era ostile. Mentre l’unica cosa che volevo io era tornare a prima, alla vita di prima, e non rivederlo mai più.

   Lo odiavo, per quanto lui non mi avesse fatto niente. Ma era proprio il niente, il punto. Le pareti nude della stanza imbiancata di fresco per il mio arrivo. Il letto vuoto in cui ogni notte spalancavo gli occhi e cercavo una loro mano, un loro ginocchio, inutilmente. L’appartamento in cui loro non chiacchieravano, non litigavano, non mi chiamavano più, e si ostinavano a non esserci.

   «Ci sto» risposi alla fine.

   Avvertii Beatrice sorridere: m’indovinava. Rubare era l’ultima cosa di cui una come me sarebbe stata capace agli occhi di chiunque, ma non ai suoi. Ho scritto che era una ragazza normale all’epoca, ed è vero, però aveva un dono: sapeva leggere. Non in superficie e neppure all’interno, ma al cuore. Delle parole, dei gesti, degli abiti. Proprio lei che dell’apparenza avrebbe fatto la sua fortuna, sapeva che la verità di una persona, come di un libro, è in ciò che rimane muto; e segreto.

   «Alle tre e mezza alla spiaggia di ferro. Sai dov’è?»

   «Sì.»

   Mise giù. E io, con il filo del telefono tra le mani, anche se non volevo, non mi fidavo ed ero morta da quattro mesi, tornai in vita.

*

La spiaggia di ferro è troppo lontana, pensai vestendomi in fretta, mormorando a papà un «ciao» senza spiegazioni e uscendo di casa.

   Veniva chiamata così per via della sabbia scura, dei resti di una vecchia miniera, e di sicuro non era in centro. Ci ero arrivata per caso a luglio, in uno dei tanti pomeriggi a girovagare a vuoto da sola in motorino. Mi aveva colpita perché, anche in piena estate, non c’era nessuno. Era un’insenatura di rocce con l’acqua che diventava subito fonda, e un’aria afflitta di abbandono, di spiaggetta minore scartata dai turisti, che me l’aveva subito fatta sentire affine. Però quel sabato di novembre, mentre guidavo inzuppandomi i pantaloni e la giacca di pioggia, non riuscivo a capire perché Beatrice mi avesse dato appuntamento là.

   Perché si vergogna di me, ovvio. Oppure è uno scherzo e non si presenterà.

   Non c’erano case né negozi in quel tratto di costa, figuriamoci jeans costosi da quattrocentomila lire. A ogni semaforo inchiodavo, mi voltavo e mi assaliva la tentazione logica di tornare indietro. Solo che poi, irresistibilmente, andavo avanti.

   Io ero “la straniera”. Così mi dicevano in classe dietro le spalle, ma abbastanza forte da farsi sentire. Come fossi venuta dall’Argentina o dal Kenya anziché appena da un’altra regione. Entravo in aula e mi squadravano, mi criticavano le scarpe, lo zaino, i capelli. Ogni volta che pronunciavo una e o una z diversamente da loro, ridacchiavano. Anche Beatrice ridacchiava. Non mi aveva mai difesa, mai raggiunta durante l’intervallo. E adesso cosa vuole da me? Che le faccia da palo?

   Che cretina che sono.

   Serpeggiavo lungo le curve del belvedere, mi lasciavo l’abitato alle spalle con l’anima e i pensieri pesanti. Cominciò a spiovere, frammenti di luce livida affiorarono tra grossi nuvoloni neri. Le strade, i palazzi, le spiagge: era tutto bagnato. Impossibile che una come lei volesse diventare mia amica.

   Si truccava, sembrava uscita ogni giorno dal parrucchiere. E io? Lasciamo perdere. Qualcuno avrebbe dovuto insegnarmi a dare importanza anche all’aspetto esteriore, ma non era successo.

   Quando raggiunsi l’incrocio al termine della città, mi fermai allo Stop e mi sentii tanto invisibile, perfino a me stessa, che mi sbirciai nello specchietto retrovisore. Il mio viso era pallido, lentigginoso. Avrei potuto, forse, mettermi un po’ di terra, di fondotinta, se solo ci fossero stati dei trucchi in quella casa, se vi fosse rimasto qualcosa di femminile, ma niente. Imboccai la strada verso l’estremità ventosa del promontorio e ne fui certa: si trattava di uno scherzo. Mi sarei ritrovata sola laggiù, più sola di quanto già non fossi, e mi sarei buttata dagli scogli. Ero sbagliata, sapevo soltanto sbagliare.

   Invece lei c’era.

   Seduta sul suo SR Replica nuovo. Mi aspettava sotto il cielo gonfio color antracite, il casco tra le mani e un impermeabile scuro che la nascondeva fino ai piedi, da cui trapelava solo un paio di stivaletti con un tacco tanto alto e a spillo che nessun altro mortale, di qualsiasi età, sarebbe riuscito a guidarci un motorino in un giorno di pioggia. Il vento le faceva danzare furiosamente i capelli lunghi fino al sedere, che non erano ricci né bruni nel 2000, ma castani, con le punte schiarite come si usava allora, e lisciati con la piastra. Non mi aveva mentito, non mi aveva tradito: era davvero con me che voleva uscire.

   Rallentai, frenai a pochi centimetri dal suo SR con il mio Quartz di seconda mano che era quanto di peggio mio padre avesse potuto procurarmi, per giunta imbrattato di adesivi imbarazzanti: un dito medio alzato sopra il fanale posteriore, vari bulldog con la cresta e A di anarchia, residuati punk che non erano dipesi da me.

   Coi polmoni e il cuore bloccati, braccia e gambe molli, tolsi il casco, sollevai lo sguardo e, a distanza di quasi vent’anni, ho ancora il suo volto impresso nella memoria. Non com’è oggi, in milioni d’immagini pubblicitarie affisse sui palazzi, sulle copertine delle riviste, ovunque su Internet. Ma com’era quel giorno sperduto della mia adolescenza, l’unico in cui fuori di casa l’ho vista struccata. Nel parcheggio sterrato della spiaggia di ferro, con intorno nessuno, e io e lei l’una di fronte all’altra.

   La pelle del suo viso era pallida, arrossata, e aveva i brufoli. Il mento e la fronte, in particolare, erano segnati dai tentativi di schiacciamento e da costellazioni di puntini neri. Non che questo ne pregiudicasse la sfacciata bellezza, ma i suoi lineamenti, senza la solita maschera di fondotinta, erano imperfetti e rotondi, persino tristi. La bocca chiusa in un lieve broncio, con le labbra screpolate dal freddo, era piuttosto anonima senza rossetto. Ma gli occhi, quelli sì, rimanevano eccezionali, di un verde smeraldo introvabile in natura, con lunghe ciglia senza bisogno di mascara, e lo sguardo muto, sigillato nel suo mistero; quegli occhi che l’intero pianeta conosce, o così crede.

   «Il tuo motorino fa schifo, ma sai che gli adesivi mi piacciono?» Sorrise con i denti bianchi allineati, le fossette al centro delle guance, come sapeva sorridere lei per disarmarti.

   «Non li ho messi io» risposi con sincerità, «li ha attaccati mio fratello.» Che poi era l’unica ragione per cui non li avevo staccati.

   «Ti ho detto una bugia, prima, ma solo perché altrimenti non saresti venuta. Non andiamo in centro, andiamo a Marina di S, e il tuo Quartz è troppo riconoscibile: devi lasciarlo qui.»

   «Qui?» Mi guardai intorno. Era una landa desolata di eriche e ginepri piegati a terra dal maestrale. C’era solo il mare, scontroso.

   «Non vengo. Saranno almeno dieci chilometri.»

   «Dodici» precisò lei.

   «Non possiamo arrivarci con un cinquantino. Mio padre chiama la polizia se non rientro prima di cena.»

   Non era vero: se fossi rincasata a mezzanotte papà avrebbe pensato che ero una quattordicenne normale e ne sarebbe stato felice.

   «Il mio SR fa gli ottanta, cosa credi? Mica vengo da Biella come te. Se ci muoviamo, per le sette siamo di nuovo qui. Sono giorni che studio questo piano. Perché non ti fidi?»

   Perché non puoi fare gli ottanta all’ora per dodici chilometri con quei tacchi. E perché una volta mi hai messo una mano sulla spalla, poi sei sparita. E quando sei riapparsa mi hai ignorata, hai riso alle frecciate degli altri.

   Ma il peggio era che l’avevo già perdonata.

   «Avanti, monta» mi ordinò scivolando sulla punta della sella per farmi posto.

   Scesi dal Quartz titubante: era un rottame sì, ma anche l’unico motorino che avevo e papà, per quanto gliene importava a lui dell’aspetto esteriore, non me ne avrebbe certo comprato uno più carino.

   «Cosa c’è, hai paura che te lo rubino?» rise. «Chi, i gabbiani?»

   Salii dietro di lei. Beatrice partì a razzo sull’SR che, non aveva mentito, era truccato. Giù per il sentiero pieno di buche, costeggiando l’osservatorio astronomico e il faro, facendo lo slalom in mezzo alla macchia che odorava di sale, terriccio umido, animali selvatici nascosti tra i lecci.

   Mi aggrappai a lei vincendo l’imbarazzo, schiacciai il busto contro la sua schiena. Bea mi lasciò fare perché lo sentiva, che ero spaventata. Quella velocità non la conoscevo. Le ruote slittavano sull’asfalto madido e lei accelerava. Era come se fossimo sempre sul punto di cadere.

   Sbucammo sulla Provinciale: un rettilineo a due corsie zeppo di camion, automobili e nemmeno uno scooter. Cominciammo a filare a settanta all’ora sorpassando tutti, come il regionale coi finestrini illuminati diretto lassù, a nord, dov’era rimasta la mia vita.

   A ovest, oltre la pineta, il sole squarciava le nuvole e calava incandescente sul mare. A est le colline sventrate dalle cave erano già buie. Correvamo in bilico sulla linea continua che divideva le carreggiate, con gli automobilisti che lampeggiavano e suonavano il clacson per avvertirci che così forte mica andava bene, in due su un cinquantino era vietato. Chiusi gli occhi, mi pentii di essere uscita di casa, di averle dato retta. Allora Bea staccò una mano dallo sterzo.

   Con la sua avvolta in un guanto di lana, prese la mia nuda. La strinse.

   Non sapevamo quasi niente l’una dell’altra, io non conoscevo il suo dolore e lei non conosceva il mio, ma qualcosa dovevamo aver intuito perché le sue dita scivolarono nelle mie, le accarezzarono, io accarezzai le sue. E forse fu per questo, o per il freddo, che di nascosto i miei occhi cominciarono a lacrimare.

*

La boutique si chiamava Scarlet Rose. Sono certa che oggi sia chiusa da anni, ma quell’inverno a Marina di S esisteva eccome, con sei vetrine sfolgoranti affacciate sul corso principale e addobbi natalizi in anticipo su tutti. Sembrava un’astronave, tanta luce emetteva.

   Beatrice e io restammo lì davanti a congelarci per un po’. A guardare i turisti venuti da Firenze, addirittura da Roma, che scrollavano gli ombrelli, entravano, e avevano addosso milioni di lire.

   Intorno a noi Marina di S era presa d’assalto, come solo il fine settimana e in alta stagione. Lo struscio era così fitto che non si passava. Da ogni dove spuntavano carretti di popcorn, venditori di palloncini, suonatori di fisarmonica a cui le persone trafelate, cariche di acquisti, ficcavano un paio di monete nel cappello.

   Mi hanno sempre messo tristezza le località marittime che sono turistiche e basta, senza motivo diverso dalla prossimità del mare. Marina di S era ed è esattamente questo: un assembramento di case intorno a una fila di negozi, con un porticciolo modesto quanto un grande magazzino e nessuna storia; un posto anonimo che ogni tanto si atteggia e profuma di brigidini, croccante, pizza al taglio. Eppure quel pomeriggio mi parve bellissima.

   Beatrice mi teneva ferma, incollata a sé. Forse temeva che all’ultimo io ci ripensassi, ma come potevo? Mi dava una tale ebbrezza trovarmi di sabato in mezzo al corso: era la prima volta; a braccetto di una coetanea, in combutta con lei. Sapevo che era possibile solo dove nessuno ci conosceva, e che Beatrice era straordinariamente struccata, nascosta sotto una palandrana nera anziché avvolta in una nuvola di brillantini, perché era questo l’obiettivo: restare in incognito, né viste né ricordate. Si teneva il cappuccio tirato sopra la testa, l’impermeabile chiuso. Racimolava coraggio. Ora che ci ripenso, è meraviglioso: lo sappiamo solo noi due cosa significò quell’istante.

   Quando si decise, mi trascinò di fronte alla terza vetrina: nel centro esatto scintillavano inondati di luce quelli che, lo capii persino io, dovevano essere i jeans. Tempestati di Swarovski in ogni centimetro quadro, affusolati e aderenti come la coda di una sirena. Il resto del manichino era nudo, per forza: cos’altro volevi aggiungere a dei pantaloni così?

   «Mia madre ha detto che non me li compra» mi spiegò fissandoli, «neanche per Natale, neanche se è l’unica cosa che desidero. È una stronza.» Si voltò verso di me. «Tu non sai quanto è stronza mia madre, non lo sa nessuno.»

   Restai in silenzio, quell’argomento era diventato tabù per me. Compresi che doveva esserlo anche per lei perché non aggiunse altro in proposito. Ma, dopo aver riflettuto, mi guardò dritta negli occhi con una determinazione che non ho mai dimenticato.

   «Un giorno» mi giurò, «entrerò qui e comprerò tutto il negozio. Coi miei soldi, quelli che mi guadagnerò io, da sola. Tutto quanto me lo prenderò, lo saccheggerò, lo vuoterò. Lo giuro davanti a te. Non ho mai rubato, non ruberò più. Ma oggi lo devo fare, a sfregio. Lo capisci?»

   «Sì» risposi. Perché davvero mi sembrava di capire che il furto di quei jeans fosse questione di vita o di morte. Promisi a me stessa che l’avrei aiutata a portarli via, a costo di essere fermata, identificata e tradotta in questura. Allora mio padre sarebbe venuto a recuperare me, una volta tanto, anziché mio fratello, e io avrei potuto gridargli: “Hai visto cosa sono arrivata a fare? Quanto sto male, quanto sono infelice qui? Riportami a Biella, per favore”.

   Beatrice si sfilò il soprabito, lo ripiegò in borsa, si ravviò i capelli. E, come per effetto di un prodigio, cambiò completamente aspetto.

   Entrammo. Le commesse erano tutte indaffarate, cosa che non impedì a una di loro di notarci, scivolare su Beatrice e fermare lo sguardo sorpreso, poi contrariato, su di me. Non starò a dire, in un momento così carico di adrenalina, com’ero conciata. Non solo quel giorno, ma sempre affondavo le mani nell’armadio e recuperavo quello che c’era con l’unico scopo di coprirmi e svanire. Solo che, in un negozio del genere, l’effetto risultava opposto. Beatrice mi osservò a sua volta, si rese conto in ritardo che anch’io, come il mio Quartz, ero un’anomalia.

   Ma ormai eravamo in ballo. E nessuno al mondo, nessuno, sa ballare come Beatrice. Mi appoggiò le labbra all’orecchio e mi sussurrò: «Fai finta di essere sordomuta».

*

Per prima cosa dovrò dire com’era vestita Beatrice. Non solo perché l’intero suo futuro, fama e ricchezza dipenderanno da questa sua abilità stregonesca di far perdere le proprie tracce dietro un abito. Ma perché la vicenda del furto, la sua stessa realizzabilità, si resse proprio su quel travestimento.

   Indossava un cappotto della madre, bianco panna, corto e stretto in vita da una sontuosa cintura d’avorio, che le dava un’aria così signorile da aggiungerle almeno cinque anni.

   Poi, gli stivaletti già menzionati, di una lucida, morbida, pelle nera.

   Infine, ma non in ultimo, un gonnellone di velluto lungo fino a terra, nero anche questo, pieno di balze e inserti d’organza, di non ricordo quale stilista ma lo ricordava la commessa che ci aveva adocchiate e che cadde nel tranello. Si avvicinò a Beatrice appena ebbe finito con l’altra cliente, per dirle che quella gonna era un capo magnifico e se stava cercando qualcosa da abbinarci era nel posto giusto. Beatrice si affrettò a inventare che la aveva acquistata a Firenze, perché era lì che viveva, insieme a me: la sua piccola, sfortunata, sorellina.

   La verità è che avevamo entrambe quattordici anni quel giorno, solo che lei ne dimostrava venti e io dieci. Dall’inizio, per natura, fu stabilito che la protagonista dovesse essere lei, e questa legge decise per intero il nostro futuro. Anche l’esito ultimo per cui io oggi mi trovo qui, nascosta a scrivere, mentre lei sta là, al centro del mondo, sulla bocca di tutti.

   La commessa ci fece strada tra gli espositori. Beatrice cominciò a dire che forse le serviva una camicetta. Si tolse il cappotto, la borsa, me li diede. Allungò le mani sul tavolo dove camicie, magliette e top venivano distesi. I suoi occhi, me ne accorsi, erano diventati così verdi e rapaci, come sotto incantesimo.

   «Li provo tutti» concluse e si spostò in camerino.

   La seguii rimanendo fuori, ubbidiente. Intravedevo il suo corpo che si spogliava: un braccio, una spalla. La mano tesa all’esterno: «Questa no, non mi piace!» gridava. «Adesso l’altra!» Famelica, imperativa. Poi usciva. Andava dritta allo specchio. Si ammirava. «No, mi fa difetto.» Arrabbiata.

   Si fece portare altre camicie, maglioni, cardigan, pullover. «Ah!» aggiunse da dietro la tenda a un certo punto. «Ha anche dei jeans un po’ insoliti da farmi provare?»

   La commessa era ormai stordita. Beatrice aveva accumulato fuori e dentro il camerino una montagna di roba. Non la finiva più di raccontare che suo padre era un giornalista famoso, che sua zia lavorava a Parigi presso un atelier di moda, e che io, eh, avevo questa malattia rara per cui non crescevo, non parlavo, e nostra madre aveva rischiato la depressione. Bea ricamava, infiorettava, era una straordinaria narratrice. Finché, dalla vetrina, le vennero portati i jeans.

   «Questo è l’ultima taglia 38 rimasta.»

   Beatrice tacque, posò gli occhi sulle braccia della commessa dove i jeans stavano adagiati, neanche fossero una creatura viva. Il suo sguardo si era fatto cupo, come il fondo notturno di un bosco.

   «No, sono troppo appariscenti» decretò.

   «Mi creda, le staranno d’incanto. Potrà indossarli a Capodanno, perfino con una semplice maglietta faranno figura.»

   Mi colpì molto che quella signora le desse del lei, la trattasse da pari. A me non era mai capitato, in alcun negozio.

   Passò del tempo.

   «Se proprio insiste…» disse Beatrice sforzandosi.

   Li afferrò e si richiuse dietro la tenda. Appena la commessa fu lontana, emerse con metà del viso per farmi cenno di entrare.

   Era nuda. Aveva solo il reggiseno e un perizoma addosso. Provai un sentimento forte, confuso, tra il disagio e l’attrazione. Ma lei non se ne accorse. Prese il cartellino, tenne il prezzo fermo tra l’indice e il pollice e me lo mostrò: quattrocentotrentaduemila lire.

   «Visto?» mi fece allargando gli occhi colmi di eccitazione. «Ti rendi conto?»

   Ero ammutolita, al di là della recita. Non perché quell’oggetto costasse quanto costava, ma perché il corpo di Beatrice senza niente addosso era uno spettacolo crudo, e così potente. Come la Nike di Samotracia, la Dafne del Bernini, ma anche la lava, la terra, qualcosa di sporco. Non avevo mai pensato che la bellezza potesse fare male.

   Si infilò i jeans piano, abbassando lo sguardo, e attese. Come mio padre con le Polaroid prima di voltarle: lasciava che si creassero, che dal nulla una sagoma fiorisse svelando la sua verità, o la sua menzogna. Riuscì a trattenersi per venti secondi a occhi chiusi di fronte allo specchio. Poi li spalancò. E glielo lessi in faccia: il piacere.

   Illuminata a giorno dal faretto bianco, nel segreto del camerino, l’immagine appena nata, in jeans e reggiseno, era un magnete.

   Non riuscivo a distogliere lo sguardo, come sotto ipnosi.

   Non poteva ricevere rifiuti, una come lei. Non poteva essere abbandonata né ignorata. Solo amata e invidiata dall’universo.

   Beatrice, come se avesse indovinato i miei pensieri, disse: «Sto sul cazzo a tutti, te ne sei accorta? Mi fanno la bella faccia davanti però mi odiano, non mi chiedono mai di uscire con loro. Ma pensa se una mattina mi presentassi a scuola così, quanto rosicherebbero. T’immagini? Anche mia madre ingoierebbe, perché io sono giovane e lei no, perché sono più bella di lei. Capisci perché lo devo fare?».

   In realtà continuavo a non capire, ma volevo essere sua amica.

   Beatrice mi prese entrambe le mani, come fossi la sua sposa.

   «Sei pronta?»

   «Sono pronta.»

   Mi sorrise, mi guardò negli occhi.

   «Allora adesso devi sentirti male.»

   Senza togliersi i jeans, ma anzi infilandosi sopra la gonna e rivestendosi in fretta, gridò il mio nome: «Oddio, Elisa!».

   Cosa conosceva del mio passato? Niente. Eppure mi aveva appena chiesto di fare quel che mi veniva meglio: non avvertire più l’aria nei polmoni, il pavimento sotto i piedi; il cuore impazzito come se dovesse frantumarsi tra un istante. Le chiamano crisi di panico, ma per me erano sempre crisi di solitudine; iniziarono una mattina precisa della mia infanzia che riuscirei persino a raccontare, se il ricordo non mi straziasse.

   Uscii dal camerino soffocando. Beatrice attaccò a gridare seminando il panico da Scarlet Rose. Tremavo. Mi si fecero tutti intorno. Qualcuno accorse con un bicchiere d’acqua.

   «Aria, aria!» implorò Beatrice trascinandomi verso l’uscita. Piangeva. Una voce propose di chiamare l’ambulanza e lei rispose disperata: «Sì, subito! Mamma, papà!». Invocava i nostri genitori immaginari. Io ero blu per l’apnea. Lei si sfilò le scarpe di nascosto, le ficcò in borsa. Spalancò la porta. Poi so solo che cominciammo a correre.

   A correre con tutte noi stesse, a perdifiato nel corso dove non si passava e ci facevamo largo lo stesso a spintoni, e poi giù per i vicoli male illuminati, dietro le auto in doppia fila, rasente i muri. Morte d’infarto raggiungemmo il motorino lasciato all’inizio dell’Aurelia.

   Beatrice s’infilò il casco, mi porse il mio, abbassò il cavalletto e scoppiò a ridere.

   «Sei stata grandiosa, Eli, grandiosa!»

   Eli, mi aveva chiamata. Mi sembrò come se fossimo figlie della stessa storia, così intime: siamesi. Ero fiera di me, di noi. Neanche quand’ero uscita con tutti “Ottimo” dalle elementari, e poi con “Ottimo e menzione d’onore” dalle scuole medie, mi ero sentita così bene.

   Schizzammo nel buio illuminato dai fari delle auto, nel sabato sera che, come nei film, era il centro esatto della vita. Una sosta al volo per fare benzina e poi via a settanta all’ora, se possibile più veloce. Arrivammo alla spiaggia di ferro che solo la luna illuminava la costa e il mare. Il cielo era così terso che potevi distinguere le costellazioni del Toro e dei Gemelli.

   Scesi dal suo SR, rimontai sul Quartz.

   «Mi spiace che non sono riuscita a rubarne un paio anche per te» disse spegnendo il motore. «Ti presterò i miei.»

   Sollevò la gonna per scoprirli. Alla luce fredda della luna gli Swarovski presero fuoco.

   «Bea» dissi, chiamandola così per la prima volta, «io mica li posso mettere.»

   «Perché?»

   «Mi hai vista?» Sorrisi, quasi a scusarmi.

   «Tu non sai niente» mi rispose, seria. «Lunedì dopo pranzo vieni a casa mia, via dei Lecci 17, e ti faccio vedere una cosa che nessuno ha visto.»

   «Non so se posso…»

   «Puoi.»

   Era tardi. Ci lanciammo giù per la discesa senza aggiungere altro, lei davanti e io dietro. Come per molto tempo sarebbe stato: davanti e dietro lo specchio, la macchina fotografica, il computer, lei in luce e io in ombra, lei che parla e io che la ascolto, lei che diventa e io che la guardo.

   Ma quella sera ci rincorrevamo e basta giocando a sorpassarci. Lei con l’SR fiammante, io con il catorcio. Sobbalzando in mezzo alle buche, scansando le radici dei pini che crepavano la strada, lanciandoci grida e schiamazzi. Eravamo pazze.

   Rientrammo in città alle nove passate. Alla rotonda di via degli Orti lei prese a destra, io a sinistra. Ci salutammo con un colpo di clacson e il filo di quella promessa a tenerci ancora unite: a lunedì, dopo la scuola.

   Poi il sogno finì. Avvertii di nuovo il magone riempirmi lo stomaco mentre parcheggiavo sotto casa. La lampada accesa in cucina al piano rialzato, dove ad aspettarmi c’era solo mio padre.

 

Continua a leggere…

 

L’autrice

Silvia Avallone è nata a Biella nel 1984, si è laureata in Filosofia presso l’Università di Bologna. Sue poesie e racconti sono apparsi su ‘ClanDestino’ e ‘Nuovi Argomenti’. Ha pubblicato la raccolta di poesie Il libro dei vent’anni (Edizioni della Meridiana, Firenze 2007), vincitrice del premio Alfonso Gatto per l’opera prima. Per Repley’s Film ha scritto Un’attrice e le sue donne su Anna Magnani (2008). Nel 2010 è uscito il suo romanzo di esordio, Acciaio edito da Rizzoli e con il quale si è classificata seconda al Premio Strega 2010. Nel 2013 ha scritto il secondo romanzo, Marina Bellezza. Nel 2017, sempre con Rizzoli, pubblica il suo terzo romanzo, Da dove la vita è perfetta.

 

 

  • Un’ amicizia
  • Silvia Avallone
  • Editore: Rizzoli
  • Formato: EPUB con DRM
  • Testo in italiano
  • Cloud: Sì Scopri di più
  • Compatibilità: Tutti i dispositivi (eccetto Kindle) Scopri di più
  • Dimensioni: 552,09 KB
  • Pagine della versione a stampa: 464 p.
  • EAN: 9788831801980  Acquista. €. 10,99

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