Dagli uomini veri ai quaquaraquà: come si seleziona una società alla rovescia. C’è troppa indulgenza verso le mele marce che infettano il tessuto sociale, non bisognerebbe offrire loro la possibilità di recare danno al prossimo

UOMINI E MEZZI UOMINI

Dagli uomini veri ai quaquaraquà: come si seleziona una società alla rovescia

Nel romanzo di Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta (1961)(L.C.), vi è una storica frase (riportata anche nel film omonimo di Damiano Damiani, del 1968), pronunciata dal capo mafioso don

Lee J.Cobb nella parte di Don Mariano e Franco Nero in quella del Capitano Bellodi nel film di Damiano Damiani “Il Giorno della Civetta” tratto dal romanzo di Leonardo Sciascia

Mariano Arena, nel suo “feudo” in Sicilia, davanti al capitano dei carabinieri Bellodi, che sta conducendo una inchiesta per lui pericolosa e, quindi, suo mortale avversario, verso il quale, però, non prova odio, semmai stima, perché ha riconosciuto in lui un uomo onesto e coraggioso, tutto d’un pezzo, che non si lascia né corrompere, né spaventare:

«Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi… E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre… Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo…»

Fra tutti gli aforismi di Sciascia, che potrebbero formare un bel volumetto, anzi, fra tutti gli aforismi possibili quando si parla degli uomini, non come categoria astratta, ma come caratteri concreti, questo offre, senza dubbio, nella sua plastica rusticità, e, diciamo pure, nella sua volgarità pittoresca, ma efficace, una delle catalogazioni più vere, concise, lapidarie, che si possano formulare, e non solo in un ambiente sociale dominato dalla violenza criminale, ma in qualsiasi luogo e qualsiasi tempo. Del resto, un grande criminale, purché sia intelligente, come lo era don Mariano, possiede senza dubbio una notevole esperienza umana: quella che deriva dall’aver osservato gli uomini davanti alla prova, la prova della tentazione e quella della paura: la carota della corruzione e il bastone della minaccia di morte. Don Mariano non riuscirà né a corrompere, né a spaventare il capitano Bellodi; del resto, dopo averlo osservato e aver preso informazioni sul suo conto, arriva alla conclusione che non è nemmeno il caso di provarci. L’unica maniera di toglierselo dai piedi, ma senza clamore e senza inutile violenza (come ancora soleva fare la vecchia mafia, non certo la nuova, che predilige sempre l’assassinio, anche quello dei bambini), consiste nel farlo trasferire dai suoi superiori, mediante un intervento politico in alto loco: è sufficiente che un personaggio politico, a Roma, sussurri qualche parola all’orecchio di un altro uomo politico, ed ecco che il troppo zelante capitano settentrionale (è di Parma; ed è, a ben guardare, la versione rivista e aggiornata del piemontese cavaliere Chevalley di Monterzuolo ne Il Gattopardo(L.C.)di Giuseppe Tomasi di Lampedusa) venga richiamato e trasferito dove non possa più recare fastidio alla “onorata società” siciliana.

Si potrebbe obiettare che il punto d’osservazione, diciamo così, antropologico, di don Mariano, dal quale egli osserva, giudica e classifica gli esseri umani, è molto realistico, sì, ma limitato e parziale: egli non li vede  e non li soppesa che nel contesto di situazioni nelle quali gli esseri umani sono portati a dare di sé non precisamente la parte migliore; perché sia l’avidità, sia la paura, sono cattive consigliere e spingono le persone ad agire in maniera tale che non rispecchia del tutto, e necessariamente, il loro vero essere. Questa è una obiezione di un certo peso, qualora si voglia generalizzare le deduzioni di don Mariano e formulare, sulla base di esse, una vera e propria concezione filosofica della natura umana; di certo sarebbe migliore, come punto di osservazione sugli uomini concreti, il confessionale di un sacerdote, o il parlatorio di una monaca di clausura, luoghi nei quali le anime si confessano apertamente, impietosamente, per quello che sono, gettando le maschere e le finzioni che le fanno sembrare così diverse quando le si osserva nelle situazioni della vita ordinaria. Tuttavia, una contro-deduzione potrebbe essere che neanche il confessionale e il parlatorio ci mostrano gli uomini così come sono realmente, ma soltanto come desiderano essere quando vogliono scaricarsi la coscienza e ritrovare la fiducia e la stima di sé (perché la confessione cattolica, da un punto di vista umano ed esteriore, è proprio questo; questo è ciò che appare, se si prescinde dall’essenziale, cioè dalla riconciliazione dell’anima con Dio, mediante la Grazia: ma questo non è visibile, e sfugge all’osservazione di chi non crede alla dimensione del soprannaturale). Inoltre, si potrebbe obiettare ulteriormente che il sacerdote confessore è incline alla misericordia e, quindi, a una certa indulgenza nei confronti delle miserie umane; mentre il capo mafioso è portato, sì, a eccedere nella direzione opposta, ossia nella severità del giudizio, che giunge fino alla spietatezza, però, in compenso, non rischia di idealizzare o di abbellire le cose, e giunge a vedere le persone nella loro nuda essenza.

E allora, domandando perdono a Dio se anche noi, così facendo, ci porremo sulla strada della durezza piuttosto che su quella della misericordia – però con la ragionevole prospettiva di non falsare, di non tradire la verità, o almeno di non tradirla in maniera sostanziale –, lasciamoci prendere per mano dalla ruvida, ma schietta saggezza di don Mariano Arena (coloro che hanno visto il film ricorderanno la convincente interpretazione del bravissimo Lee J. Cobb; mentre quella di Franco Nero nei panni del capitano Bellodi, non ce ne vogliano i suoi ammiratori, è di qualità assai inferiore, sostenuta in gran parte dalla prestanza fisica e dagli occhi glauchi). Ne sa, don Mariano, sugli uomini, quanto ne sapeva, poniamo, l’Innominato del Manzoni: e pare che costui ne sapesse parecchio, abituato a muoversi, com’era, in mezzo a gente come il Nibbio, Egisto e don Rodrigo; e tuttavia capace di riconoscere un’anima bella, come Lucia, ancor prima d’averla vista, solo per averne sentito dire. Tuttavia, lasciamo da parte lo specifico contesto socioculturale del romanzo Il giorno della civetta e proviamo a trasportare le categorie antropologiche di don Mariano su di un piano di carattere universale, valide ora e sempre, in qualunque situazione (fermo restando, è chiaro, che il fondo della natura umana, nel bene come nel male, emerge con maggiore verità proprio nelle situazioni-limite, come i grandi dolori morali, la malattia, il pericolo fisico).

Parliamo degli uomini veri, dunque: quelli che tengono in piedi la società, che la rendono vivibile, che la rendono possibile. Senza di loro, la società non esisterebbe: si disgregherebbe e regredirebbe al livello d’una foresta popolata di bestie feroci. Sì, effettivamente sono molo pochi. Ma per poterlo affermare, bisogna dare una definizione di cosa sia un vero uomo. Una definizione che ci sembra accettabile è la seguente: un uomo vero è colui che è, o che si sforza seriamene di diventare, ciò che deve essere in quanto singolo, cioè in quanto persona; colui che prende la vita con serietà, e che vuole essere all’altezza di quella serietà; colui che ama la vita, che cerca la verità e che sa donare con benevolenza, cioè senza secondi fini, almeno una pare di se stesso.

Ci si può porre la domanda se esista la maniera di far crescere di numero gli uomini veri. Gli uomini veri (e le donne vere, naturalmente) non si possono piantare e coltivare come i funghi, le patate o il radicchio; però, forse, si può fare qualcosa per creare le condizioni a ciò favorevoli: di qui, l’importanza fondamentale dell’educazione, a cominciare da quella familiare (che incide molto di più sul carattere della persona, di quanto faccia quella scolastica). Una vola, Napoleone chiese alle persone del suo seguito quando dovesse incominciare, secondo loro, l’educazione della donna ad essere madre. Uno rispose: a dieci anni; un altro, a quattordici; un altro ancora, a sedici. Napoleone scosse la testa e affermò con sicurezza: Avete sbagliato tutti; l’educazione della madre incomincia vent’anni prima che ella nasca. Intuizione notevolissima, che mostra l’acume dell’intelligenza di quell’uomo: per fare una buona madre, bisogna agire non solo su di lei, ma sulla madre sua: da una buona madre nascerà, molto probabilmente, una futura buona madre; da una cattiva madre, una futura cattiva madre. Ora, possiamo estendere questo concetto all’uomo in generale, e avremo la risposta alla domanda che ci eravamo fatti: come si possa favorire la diffusione del tipo umano superiore, in una società afflitta dalla presenza di troppi tipi inferiori. Gira e rigira, si torna sempre lì: se la famiglia è sana, i genitori trasmettono ai propri figli delle virtù essenzialmente positive; se non lo è, trasmettono ai figli una serie di qualità e di attitudini negative, che poi si ripresentano nei nipoti, e così via, all’infinito, in una incessante e paradossale selezione verso il peggio, che inquina l’intera società.

Oggi ci sono troppo buonismo, troppa indulgenza, verso le mele marce che infettano il tessuto sociale. Non pensiamo affatto che si dovrebbero eliminare o sottoporre a chissà quali restrizioni e vessazioni; semplicemente, non bisognerebbe offrire loro la possibilità di recare danno al prossimo, quando lo si può evitare. A tutti coloro che sbagliano si deve offrire una seconda possibilità; ma una terza, no. Le filosofie buoniste, da Rousseau in poi, passando per il 1968, sono quelle che hanno favorito il degrado umano della società e hanno esercitato, ed esercitano tuttora, una intollerabile violenza verso i migliori: gli onesti, i miti, i leali, i laboriosi, i risparmiatori. Buonismo è, ad esempio, essere indulgenti verso i dirigenti di una banca che ha rovinato migliaia di piccoli risparmiatori; verso lo scippatore che ha rapinato, gettato a terra e causato danni permanenti a un’anziana signora, che si recava a fare la spesa; verso l’evasore fiscale che, con il suo comportamento, contribuisce ad aggravare la pressione fiscale sui suoi concittadini onesti, mettendo in difficoltà proprio i più deboli; e così via. Il buonismo è deleterio: e, sia chiaro, non è una forma di bontà, ma la sua negazione, perché, di fatto, equivale all’indulgenza verso i malvagi e alla colpevole indifferenza verso le loro vittime, attuali e potenziali. Inoltre, il buonismo produce ominicchi, non uomini: un fardello di cui la società dovrà farsi carico, a fondo perduto: perché costoro, fidando nella indulgenza eccessiva della società, ben difficilmente si sentiranno stimolati a innalzarsi dalla loro miserabile condizione morale.

Di mezzi uomini, di ominicchi, di pigliainculo e di quaquaraquà, la società non ha bisogno e non sa che farsene; o meglio, per dire le cose come stanno, è già tanto se riesce a sopportarli. A sopportarli in senso fisico, prima di tutto: perché, al di là delle belle parole che non costano nulla, perché non significano proprio nulla, una società dominata da questi tipi umani inferiori non va lontano, anzi, non va da nessuna parte. Probabilmente questi tipi inferiori ci sono sempre stati e, forse, hanno costituito sovente la stragrande maggioranza della popolazione totale di ogni società. Quello che è intollerabile, però, e quello che è esiziale, è che i tipi inferiori, oltre a non far nulla per evolvere, per emendarsi, per sforzarsi di diventare almeno un po’ migliori, salgano in cattedra, occupino le posizioni di comando, impongano la loro meschinità o la loro nullità a livello generale: finanziario, produttivo, amministrativo, politico, culturale. Se si permette che ciò accada, per quella società è la fine. Il male non è che i tipi umani inferiori esistano, ma che occupino posizioni dirigenti. Il male è che al comando di una grande solo dopo a tutto il resto; o che a decidere la sorte di uno spacciatore impenitente, arrestato con fatica e pericolo dalle forze dell’ordine, sia un giudice buonista, che lo rimette immediatamente in libertà per “disagio ambientale”, permettendogli di ricominciare subito a spacciare droga, per la rovina di chi sa quante persone. I tipi umani inferiori sono caratterizzai dalla cronica riluttanza a prendere decisioni: abituati come sono a tirare a campare, se devono assumersi delle responsabilità, tirano indietro il sedere e cercano mille scuse per rimandare, o per delegare, o per non decidere un bel niente. Pensiamo ad un chirurgo che non sa decidere nel momento cruciale di una operazione: immaginiamo le conseguenze per il paziente.

Con la cultura avviene anche di peggio. Ieri il telegiornale nazionale parlava di una disputa che si è accesa fra due “grandi uomini di cultura”, Roberto Benigni e Dario Fo. Grandi uomini di cultura, o, semplicemente, uomini di cultura, Fo e Benigni? Ecco: la tirannide degli ominicchi inizia da qui: dalla manipolazione delle parole. Le parole hanno il loro peso. Gli ominicchi lo sanno bene, perché la loro astuzia consiste appunto nel giocare con le parole, senza mai misurarsi con le cose. La nostra è una società che vive di parole senza sostanza, cioè di demagogia. Ma di demagogia si muore.

E allora, buona fortuna alla nostra società, di tutto cuore; e specialmente alle prossime generazioni, le quali saranno costrette a viverci, per colpa della nostra ignavia e della nostra vigliaccheria…

Francesco Lamendola

Da Un borghese piccolo piccolo un film del 1977 diretto da Mario Monicelli. Alberto Sordi è Giovanni Vivaldi e Romolo Valli è il dott. Spaziani alle prese con il suo problema della forfora.

 

Libri Citati

  • Il giorno della civetta
  •  Leonardo Sciascia
  •  Editore: Adelphi
  • Collana: Gli Adelphi
  • Edizione: 10
  • Anno edizione: 2002
  • Formato: Tascabile
  • In commercio dal: 20 febbraio 2002
  • Pagine: 137 p.
  • EAN: 9788845916755.   Acquista € 9,50

Descrizione

Di questo romanzo breve sulla mafia, apparso per la prima volta nel 1961, ha scritto Leonardo Sciascia: “… ho impiegato addirittura un anno, da un’estate all’altra, per far più corto questo racconto. Ma il risultato cui questo mio lavoro di ‘cavare’ voleva giungere era rivolto più che a dare misura, essenzialità e ritmo, al racconto, a parare le eventuali e possibili intolleranze di coloro che dalla mia rappresentazione potessero ritenersi, più o meno direttamente, colpiti. Perché in Italia, si sa, non si può scherzare né coi santi né coi fanti: e figuriamoci se, invece che scherzare, si vuole fare sul serio”.

 

  • Il Gattopardo
  • Giuseppe Tomasi di Lampedusa
  • Curatore: Gioacchino Lanza Tomasi
  • Editore: Feltrinelli
  • Collana: I narratori
  • Anno edizione: 2008
  • In commercio dal: 2 maggio 2008
  • Pagine: 299 p., Brossura
  • EAN: 9788807013089.  Acquista. € 9,18

 

 

 

Descrizione

Premio Strega 1959. Don Fabrizio, principe di Salina, all’arrivo dei Garibaldini, sente inevitaile il declino e la rovina della sua classe. Approva il matrimonio del nipote Tancredi, senza più risorse economiche, con la figlia, che porta con sé una ricca dote, di Calogero Sedara, un astuto borghese. Don Fabrizio rifiuta però il seggio al Senato che gli viene offerto, ormai disincantato e pessimista sulla possibile sopravvivenza di una civiltà in decadenza e propone al suo posto proprio il borghese Calogero Sedara.

 

Immagine “Il Giorno della Civetta” Lee J.Cobb nella parte di Don Mariano e Franco Nero in quella del Capitano Bellodi nel film di Damiano Damiani  tratto dal romanzo di Leonardo Sciascia

Per gentile concessione:  

Fonte Accademia Nuova Italia del 7 novembre 2017

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