Il caso Viktor Orbán andrebbe veramente studiato

Viktor Orbán

URBI ET ORBÁN


Il caso Viktor Orbán andrebbe veramente studiato. È il più inviso all’Europa ma anche il più votato a guidare il suo Paese, lo fa già da quattro mandati con elezioni regolari su cui neanche l’Europa ha mai potuto mettere becco. È sempre sul punto di essere bandito, penalizzato, incriminato ma è lì, con un Paese che va, che non rinnega le sue tradizioni civili e religiose, che non si attacca al carro degli Stati Uniti sulla vicenda Ucraina, che capisce l’importanza geopolitica di confrontarsi con la Russia e promuovere la pace; che non bela in gregge con l’Europa in tema di migranti, identità e salvaguardia dell’amor patrio. Lo accusano di chissà quali crimini ma dopo vent’anni di fuffa l’Ungheria è sempre là, con Orbán presidente, libera e sovrana e non con il suo Antagonista funesto, il connazionale Soros. Orbán poi non viene da chissà quale fascistume o nazistume, ma è stato un esponente del Partito Popolare, viene dalla vecchia ispirazione democratico-cristiana e liberale, almeno prima che i popolari in Europa diventassero soci in affari della sinistra nello snaturare la tradizione e la civiltà europea, scristianizzarla e snazionalizzarla. Poi fu costretto a lasciare il PPE con la sua Unione civica.

Una visione dell’Ungheria e il Danubio

È bello vedere tanti tricolori in piazza, il bianco rosso e verde sventolare nelle piazze contro nessuno, semplicemente a favore della propria patria. È bello vedere un popolo che si stringe intorno al suo governo, lo conferma a pieni voti, nutre fiducia, lo ha riconfermato lo scorso anno con una maggioranza schiacciante. Non sto parlando dell’Italia: il tricolore è appunto quello ungherese, ha gli stessi colori ma con diversa disposizione, anche d’animo.

E fa ridere e arrabbiare la porca, spenta, vigliacca Europa che parla periodicamente di onda nera, di dittatura nazionalista, evoca gli spettri del nazismo e del fascismo per la vittoria reiterata di Orbán, quando in Ungheria l’unico spettro ancor vivo e sanguinante perché più recente è quello dei carri armati comunisti e sovietici, applauditi da molti a suo tempo, che poi si sono indignati per “la svolta autoritaria” in Ungheria (vero, presidente Napolitano?).

Se svolta autoritaria vuol dire avere un governo che garantisce crescita e sicurezza, che abbassa la disoccupazione e l’immigrazione clandestina e innalza il livello di benessere e di amor patrio, io sono per la svolta ungherese, come per la svolta polacca. E se dittatoriale vuol dire essere eletti per quattro volte consecutive in libere e molto partecipate elezioni, con i partiti d’opposizione regolarmente presenti e votati ma molto meno del premier, allora sono per la “dittatura” ungherese. In questa gara non sono da meno gli organi d’informazione cattolici che anziché apprezzare il presidente ungherese che vuol difendere la civiltà cristiana, preferiscono dialogare con gli atei, gli anticristiani o i musulmani e inveiscono contro il “nazionalismo” ungherese. Solo perché non accettano l’esproprio di sovranità nazionale da parte dell’Europa. Ma che dittatura è quella dove una qualunque tv europea può intervistare in piazza gli oppositori che dicono tranquillamente peste e corna del loro presidente e del suo governo?

Chiesa del Sacro Cuore del Suffragio

A questi europeisti del tacco, che reputano belle le democrazie senza popolo con governi fragili, compromessi, appesi a un filo, sotto tutela, figli della Trojka o a lei promessi sposi e servi. A tutto questo vorrei aggiungere il ricordo di un piccolo episodio che merita di essere conosciuto. Quando Tolentino fu martoriata dal sisma, il Priore della Chiesa del Sacro Cuore, storica chiesa tolentinate di proprietà dell’omonima confraternita, non sapendo a chi rivolgersi, nel giorno dell’Immacolata di alcuni anni fa, inviò un appello al primo ministro d’Ungheria. Sì, proprio a quel Viktor Orbán, massacrato nei mass media conformisti occidentali solo perché lui governa nel segno di Dio, patria e famiglia, secondo le migliori tradizioni ungheresi e tutela il suo paese dai flussi migratori incontrollati; accoglie ma con realismo e moderazione. In Ungheria, mi scrisse il Priore Renato Carradori, l’orgoglio cattolico non è fonte di vergogna o peggio bandito ma viene riconosciuto il suo ruolo nella nuova Costituzione magiara “nel preservare la nazione” e renderla “parte dell’Europa cristiana”. Così rivolse un appello al presidente ungherese, invocando “la benedizione del Signore verso quei governanti che difendono le radici cristiane a vantaggio soprattutto delle nuove generazioni”. Undici giorni dopo il premier ungherese rispose al Priore annunciando che il Consiglio dei Ministri magiaro aveva stanziato quasi mezzo milione di euro per il restauro e la messa in sicurezza della Chiesa. Orbán, che pure proviene da una famiglia e una formazione calvinista, scrisse di aver letto “con compassione” il resoconto dei danni causati dal terremoto e di aver proposto al Consiglio dei ministri il sostegno dell’Ungheria insieme alla solidarietà “verso i nostri fratelli cristiani italiani colpiti da calamità naturale”. Poi aggiunse che i valori cristiani sono la più importante forza di comunione per una città, per un Paese intero e per il futuro dell’Europa. Questo scrisse il “malefico” Orbán, facendo seguire alle parole i fatti, mentre da noi si sceneggiano gli aiuti ai terremotati, e l’Europa mette ai margini l’Ungheria dopo averla lasciata in balia dei migranti clandestini. E dire che la Chiesa, la stampa cattolica, i preti e i cardinali di scuola bergogliana, considerano l’Ungheria di Orbán quasi il male d’Europa, di quest’Europa scristianizzata…

Dopo aver per anni ignorato e vituperato il governo ungherese, preferendo dialogare con Castro, gli atei e gli islamici e i persecutori dei cristiani piuttosto che con il premier di una nazione cristiana non per modo di dire, alla fine Bergoglio ha incontrato Orbán e ha dovuto riconoscere il suo impegno civile e cristiano anche in relazione alla pace in Ucraina. E allora ti domandi, un po’ disperato: ma come si traduce Orbán in italiano?

(Il Borghese, settembre)

 

 

 

 

 

 

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