La ferrovia è comunicazione. Così come il treno. Entrambi sono luoghi della mente, spazi prolifici per la creatività degli artisti e l’immaginario collettivo

VIAGGIATORI DELL’IMMAGINARIO:

IL TRENO E LE FERROVIE

 

La ferrovia è comunicazione. Così come il treno. Entrambi sono luoghi della mente, spazi prolifici per la creatività degli artisti e l’immaginario collettivo. Entrambi fanno parte di un universo simbolico che ha condizionato la nostra storia. La meraviglia per questi luoghi e per questi “mostri d’acciaio” sbuffanti ha subìto tuttavia, nel corso del tempo, una serie di modifiche che ne hanno depotenziato il “fattore wow“. Proviamo a capire quali.

 

La ferrovia come narrazione: il viaggio

Quando si parla di viaggi in treno e il ruolo che essi occupano nell’immaginario collettivo, tre termini tornano ricorrenti. Magia, fascino e progresso. I primi due riescono ad evocare immagini suggestive e retoriche. Il terzo è molto caro agli storici e agli economisti. Anche nel linguaggio quotidiano usiamo termini provenienti dall’universo ferroviario. Pensiamo solo ai vari “veloce come un treno”, “andare fuori dai binari” (sbagliare traccia, tema), “prendere il treno giusto” (occasioni), etc. Queste piccole frasi ci mostrano come l’immaginario del treno sia entrato pian piano nelle nostre biografie. Ma come mai?

Secondo Giulio Sapelli tutto risiede nel fatto che

Orient Express, un simbolo di Belle Epoque

La ferrovia è stata ed è una grande cornucopia di immaginazione creativa, una straordinaria avventura intellettuale ed emotiva che ogni giorno inventa se stessa (Sapelli, 1988) 

La ferrovia è narrazione. In virtù della sua natura di sistema di comunicazione è un potente motore di cultura. Si tratta di un libro che narra infinite esperienze umane. E proprio per il suo essere metafora di movimento, è anche metafora di cambiamento. Il viaggio per l’appunto, plasma e trasforma l’identità. Non a caso infatti, la figura del viaggiatore è caratterizzata da una fluidità estrema dell’identità e dei legami sociali.

Treni e identità nell’immaginario cinematografico

 

L’identità nel viaggio, oltre che nei momenti di riflessione e catarsi, viene a costruirsi e a mediarsi materialmente nello sguardo nel finestrino. Come in una pellicola cinematografica, esso ci propone immagini sempre diverse, in costante transizione. Se da un lato tuttavia nasce una relazione particolare tra noi e il paesaggio che scorre, dall’altro il finestrino ci restituisce la nostra stessa immagine, come uno specchio. Il vetro infatti, rimanda i riflessi dell’immagine di chi guarda, sovrapponendola al paesaggio e allo scompartimento in cui si sta vivendo questa esperienza visiva. In questo modo, si crea un sistema di sovrapposizione visuale, di compartecipazione. Per tutta la durata del viaggio, ci si innesta con le proprie esistenze nella fluidità della narrazione del treno.

Questa esistenza transitoria, questo innestarsi di storie in movimento ha avuto terreno fertile soprattutto nel cinema. Ogni genere di rappresentazione cinematografica ha avuto, direttamente o indirettamente come luogo di intersezione di vissuti il treno e la ferrovia. Storie di cambi di vita come Pane e cioccolata (1974) di Franco Brusati, con Nino Manfredi nei panni di emigrante, tra umorismo malinconia e satira. Misteri e omicidi come nel caso delle storie con protagonista Hercule Poirot, Assassinio sull’Orient express (2017) e Assassinio sul Nilo (2020). Ma anche la commedia all’Italiana, con scene storiche come in Amici Miei (1975) di Mario Monicelli. E come non ricordare il capolavoro di Pietro Germi Il ferroviere (n.d.b.) Nonostante questo continuo riferirsi implicito ed esplicito alle ferrovie e ai treni qualcosa è cambiato. Nell’immaginario collettivo i mostri d’acciaio e i luoghi di transito sono diventati scontati. Ma ciò che ha ridotto la meraviglia nei loro confronti è legato a un cambiamento nella figura dei macchinisti e dei ferrovieri.

Mitico ferroviere

 

Agli albori delle ferrovie coloro che avevano a che fare con i treni erano attorniati da un’aura mitica. Uomini dalla tempra forte, un po’ rudi ma dalla professionalità non solo riconosciuta ma anche rispettata. Essa era legata alla regolarità del compito e alla sicurezza. Chi si faceva carico delle macchine non solo aveva la responsabilità del buon funzionamento del tutto, ma anche del carico e delle altre persone. La classe dei ferrovieri era forte, coesa, simbolo di lotta operaia. La solidarietà familiare era una delle caratteristiche che la contraddistingueva. Cosa è andato storto?

Diverse possono essere le cause. Si pensi al crescente uso delle automobili, ma soprattutto all’evoluzione dei metodi di lavoro. Queste hanno portato a una modificazione dei ruoli specifici dei lavoratori delle ferrovie, nonché delle loro competenze. Le nuove tecnologie e la cultura alla base del mercato competitivo hanno contribuito a ristrutturare questa figura, facendone perdere i caratteri identitari più antichi.

Una scena de Il Ferroviere.
«Un film fatto per gente all’antica… col risvolto dei pantaloni» (Pietro Germi)

Migranti e deportati

 

Due hobo mentre camminano sui binari dopo essere stati buttati giù da un treno. Foto del 1880-1930. (Wikipedia)

Non sempre i viaggiatori vivono esperienze positive. Il viaggio degli Hobos per esempio, è un continuo peregrinare al limite della sussistenza. Eppure, alle volte, si sceglie di fuggire così dalla realtà per ritrovare se stessi.
Chi non ha avuto scelta sono state le milioni di persone salite sui treni merci della morte durante la seconda guerra mondiale. Lo sterminio da parte dei Nazisti nei confronti di ebrei, minoranze etniche, malati e avversari politici iniziava proprio dal treno. Salire e stiparsi peggio delle bestie in vagoni merci, ben oltre i limiti della decenza e dell’umano era il primo passo verso la soluzione finale. Il viaggio, in questo caso, non era solo anticipatore dell’incubo, ma esso stesso una prima dose di disumanizzazione del vivente.

Anche in questo caso il treno è narrazione, è medium. Scientemente utilizzato come “collegamento”, assume su di se un aria di morte. E come ogni medium, il treno non ha colpa, ma l’utilizzo che se ne è fatto si è instillato nell’immaginario collettivo. Una caratteristica che porta a riflettere e a non dimenticare.

Francesco D’Ambrosio

Fonte Sociologicamente del 29 settembre 2020

Bibliografia

  • Giulio Sapelli, in Wolfgang Schivelbush, Storia dei viaggi in ferrovia, Einaudi editore, Torino, 1988.
  • Roberto Scanarotti, Destinazione immaginario. Viaggio in treno nell’universo simbolico della ferrovia,Equinozi, Rosia, 2019.
  • Roberto Scanarotti, Treno e cinema. Percorsi paralleli, Le mani, Recco, 1997.

 

Francesco D’Ambrosio In cerca di lavoro nel settore management e formazione delle HR. Laureato in sociologia e in comunicazione pubblica, sociale e politica con lode. Scrivo per diverse riviste di settore. Sono socio dell’ International center for the sociology of religion e della sezione Sociologia dell’immaginario dell’AIS.

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