L’esploratore conobbe nell’Ottocento la sua consacrazione definitiva. L’iconografia popolare racconta le gesta di uomini alla conquista di immensità sconosciute

VIAGGIATORI STRAORDINARI DI UN’ITALIA DIVENTATA BANALE


Il colonialismo gentile di Pietro Savorgnan di Brazzà

Gli appassionati di subcultura woke dovrebbero essere obbligati a leggere l’ultimo, bellissimo, libro di Marco Valle: “Viaggiatori straordinari. Storie, avventure e follie degli esploratori italiani”,(1) edito da Neri Pozza. Innanzitutto perché imparerebbero un italiano corretto, diverso dal loro curioso lessico da semianalfabeti. Ma soprattutto perché scoprirebbero che prima di loro, molto prima di loro, sono esistiti italiani che si sono battuti contro lo schiavismo, contro lo sfruttamento delle popolazioni indigene e del loro territorio.

Certo, viaggiatori “straordinari” poiché l’ordinarietà è molto diversa dall’illusione di un intero popolo di eroi, santi, navigatori e trasmigratori. I turisti per caso che fanno i ministri e ricalcano i comunicati di Washington e Tel Aviv non hanno nulla a che fare con i personaggi scovati da Valle a partire dal Settecento per arrivare sino agli attuali protagonisti dei viaggi spaziali. Una suggestione, quest’ultima, che – ricorda l’autore – gli è stata fornita da un libro della Fondazione Nodo di Gordio “Da Baikonur alle stelle”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Viaggiatori straordinari ha varie chiavi di lettura. C’è l’aspetto storico, con gli esploratori che caratterizzano le varie fasi attraversate dall’Italia preunitaria, dall’Italietta di fine Ottocento, da quella fascista e che prosegue anche nel dopoguerra. E ci sono pagine di approfondimenti geografici mai banali e mai noiosi. Valle, d’altronde, è stato un navigatore e poi un viaggiatore mentre si occupava di inchieste giornalistiche legate a questo settore in continuo mutamento. E poi l’economia, la scienza, la tecnologia.

Ma, attraverso tre secoli, resta sempre un fil rouge che riporta alla geopolitica. Ante litteram, in nuce, poi pienamente compresa da chi se ne occupava. Un fil rouge che, in Italia, unisce Cavour a Mussolini e che non si interrompe per arrivare a Mattei, Fanfani, Andreotti, Craxi. E basta.

Palazzo della Civiltà italiana

Perché una visione geopolitica non ha nulla a che fare con i vergognosi editti dell’amministratore delegato della RAI, con il servilismo vigliacco ed anche profondamente stupido ed autolesionista dei maggiori partiti italiani di maggioranza e opposizione.

Ed allora anche a loro farebbe bene una lettura del libro di Valle. Per provare a capire – anche se per loro sarà difficile – che si può avere coraggio, che si può essere liberi, che si possono fare gli interessi del proprio popolo (quando sono 3, come per l’armocromata, diventa più difficile) rifiutando il ruolo di portavoce degli interessi altrui. Magari scoprendo che la posizione geografica dell’Italia offre possibilità da sfruttare con intelligenza e non con servilismo. Seguendo le tracce di Tucci, ad esempio.

E se per tutti loro la lettura è un’attività sconosciuta, possono sempre limitarsi ad ascoltare le presentazioni del libro. A partire da quella già realizzata dall’Arsenale delle Idee. O quella di domenica a Kilimangiaro su RAI 3. Perché gli editori veri, come Neri Pozza, promuovono i libri dei propri autori. Anche questo un insegnamento che difficilmente comprenderanno i pessimi gestori della comunicazione della destra fluida di governo.

Andrea Marcigliano
Augusto Grandi

 

 

 

Approfondimenti del Blog

(1)

 

 

 

 

Descrizione

L’esploratore conobbe nell’Ottocento la sua consacrazione definitiva. L’iconografia popolare racconta le gesta di uomini alla conquista di immensità sconosciute, con in testa il casco coloniale e nelle mani una mappa, un sestante o un fucile: un ritratto eccezionale, ma ingenuo. Nella realtà, gli esploratori furono espressione di un’epoca, con una precisa funzione sociale e politica: informare i contemporanei sullo stato del mondo, cercare risorse, fondare colonie. Al tempo stesso, però, dai loro diari traspaiono uomini inquieti, a disagio se non in totale rottura con le società da cui provengono. Nelle «terre incognite» gli esploratori cercavano non solo fama e ricchezze, ma la possibilità di dare un senso alla propria esistenza. Di quell’epopea il cinema e l’editoria hanno consegnato una lettura quasi esclusivamente anglosassone, imperniata sui nomi di Livingstone, Stanley, Burton, Speke. In Italia, per una strana ritrosia, sulla grande stagione dell’esplorazione per decenni si è preferito sorvolare. Marco Valle si è messo sulle tracce di quella «comunità avventurosa» italica che percorse le zone più selvagge e inesplorate dei cinque continenti: da Ippolito Desideri in Tibet a Giacomo Beltrami alle sorgenti del Mississippi; da Orazio Antinori a Giacomo Doria a Luigi Amedeo di Savoia fino a Odoardo Beccari nel Borneo, Giacomo Bove in Patagonia, Pietro Savorgnan di Brazzà in Congo, Guglielmo Massaja e Vittorio Bottego in Abissinia, Giovanni Miami sul Nilo, Giovan Battista Cerruti in Malesia. E ancora nel Novecento Alberto de Agostini in Patagonia, Raimondo Franchetti in Dancalia, Giuseppe Tucci in Asia e Ardito Desio nel Sahara. Fino a oggi, con Samantha Cristoforetti nello spazio, continuatrice della saga dei nostri «capitani coraggiosi».
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