Il più famoso torneo di tennis al mondo, Wimbledon, ha deciso di escludere i giocatori russi e bielorussi a causa della guerra in Ucraina

Illustrazione di copertina- Karolis Strautniekas

WIMBLEDON, LE REGOLE DEL GIOCO


Il più famoso torneo di tennis al mondo, Wimbledon, ha deciso di escludere i giocatori russi e bielorussi a causa della guerra in Ucraina.

Danil Medvedev, e Aryna Sabalenka, rispettivamente numero 2 e 4 della classifica internazionale, non scenderanno sui famosi campi in erba. E insieme a loro, gara vietata anche per altri tredici giocatori del calibro di Rublev, Khachanov, Karatsev, quasi tutti in top 30.

Una scelta controproducente per la qualità del torneo, ma gli organizzatori sono disposti a questo sacrificio e dichiarano:

“è nostra responsabilità fare la nostra parte negli sforzi diffusi del governo, dell’industria, delle istituzioni sportive e creative per limitare l’influenza globale della Russia con i mezzi più forti possibile, nelle circostanze di una aggressione militare ingiustificata e senza precedenti, sarebbe inaccettabile per il regime russo trarre vantaggio dal coinvolgimento di giocatori russi o bielorussi con i campionati.”

Daniil Medvedev nel 2019

Fino a qui, la comunicazione ufficiale: c’è un invasore e c’è un paese invaso, di qui i buoni, di là i cattivi, fine della storia. La motivazione ufficiosa che trapela, però, è che la Casa Reale inglese – che per tradizione premia i finalisti del torneo – avrebbe potuto trovarsi in serio imbarazzo nel consegnare la coppa a un russo come Medvedev, tra i favoriti alla vittoria. L’anno scorso, infatti, fu proprio Kate a consegnare il trofeo a Novak Djokovic. In termini tennistici, potremmo dire che la regina Elisabetta ha voluto “vincere facile” evitando l’“incontro” con i giocatori russi.

Novak Djokovic

Sul piano sociale, l’esclusione evidenzia che, ora, di fronte a noi, non si riesce più a vedere l’uomo, e nemmeno lo sportivo, ma soltanto la nazionalità. Medvevev e Rublev sono la Russia, quindi, sono nemici e vanno combattuti anche nel torneo di uno sport individuale quale è il tennis, dove non ci sono esibizioni di inni o di bandiere.

Eravamo abituati a pensare che lo sport potesse essere un’area protetta dall’isteria russo-fobica che imperversa in Europa e che, anzi, potesse essere un ponte per favorire il dialogo fra i popoli.

E che il tennis, in particolare, per le sue nobili tradizioni e le sue caratteristiche, potesse rappresentare un baluardo di civiltà e buon senso, una sorta di zona neutra fra Nazioni in guerra. Ci sarebbe piaciuto vedere i tennisti nei loro completini bianchi – come è ancora d’obbligo solo qui – svettare sull’erba di Wimbledon come bandiere bianche di pace, alzate al di sopra delle fazioni e dei fanatismi ideologici. Perché in campo non ci sono nemici, ma avversari a cui si stringe la mano a fine incontro in segno di rispetto.

Nessun altro sport insegna ad allenare la mente come fa il tennis poiché l’avversario più duro da battere non sta al di là della rete, ma dentro te stesso. E se vuoi vincere devi imparare a sublimare la rabbia e i tuoi istinti più bassi in colpi vincenti di autocontrollo, razionalità e coraggio.

Invece, la direzione di Wimbledon ha deciso di abdicare alla ragionevolezza fomentando l’odio cieco e il dilagare della barbarie in ogni settore della nostra società, cosiddetta, democratica.

Dall’Ucraina all’Inghilterra, dal campo di battaglia al campo da tennis: il gioco è fatto, partita persa. Per lo sport, tutto, e per i valori che rappresenta.

D’altronde, che sui campi da tennis si stessero giocando ben altre partite era evidente già dallo scorso gennaio, quando il governo australiano negò al numero 1 del mondo, Novak Djokovic, la partecipazione agli Australian Open poiché non vaccinato.

Poco importa che le autorità sanitarie – dopo aver abolito tutti gli sport di contatto – avessero propagandato il tennis come lo sport più sicuro: se non sei vaccinato meriti l’esclusione sportiva, la rinnegazione sociale e la gogna mediatica.

La stampa italiana e tutta la San(t)a Inquisizione capeggiata da Roberto Burioni si accanirono contro uno dei No-vax più famosi del mondo, benedicendo la sua discriminazione in quanto pericoloso nemico del “bene pubblico”.

Dagli Australian Open a Wimbledon, nel giro di soli quattro mesi, la nozione di “bene pubblico” è rapidamente passata dal vaccino alla guerra, ma la propaganda dell’odio è rimasta la stessa.

Da Djokovic a Medvevev, dal corpo non sierato al corpo nato in Russia, le pratiche del potere si esercitano disciplinando il corpo dell’atleta, regolamentandone gli accessi, i divieti e i movimenti al di qua o al di là di una linea ritenuta “politicamente corretta”, sottile e fatale come la linea di fondocampo.

“Out”, grida il giudice di linea quando la palla è fuori. Solo che la linea, ora, è diventata fluttuante e si sposta in base al volere dell’autorità che modifica arbitrariamente le regole del gioco rimettendo in discussione i valori sportivi per farne mezzo di propaganda politica.

Esaltando il corpo dell’atleta, lo sport serve al potere per irregimentare il corpo sociale e inquadrare le popolazioni. E, soprattutto, serve per addomesticare l’immaginario e selezionare i nuovi eroi: in ogni angolo del mondo c’è un ragazzino che sogna di diventare Medvevev.

Grazie all’ampia copertura mediatica, Wimbledon, al pari delle altre manifestazioni pubbliche, oggi serve per la diffusione, in Europa, della propaganda contro Putin. Con l’inizio della guerra, infatti, il mondo dello sport occidentale si è schierato apertamente a favore dell’Ucraina, a partire dal Comitato Olimpico che ha ufficialmente richiesto di bandire russi e bielorussi dai grandi eventi internazionali. La Uefa e la Fifa hanno escluso la Russia dalla Champions League, dall’Europa League e dai mondiali di Qatar. Stessa cosa anche nella pallavolo, nel basket e nel ciclismo.

Abbiamo assistito a numerose manifestazioni in cui i campioni sono scesi in campo con la bandiera dell’Ucraina alzata, come se questo fossero chiedere la pace anziché schierarsi con uno dei due belligeranti, fomentando l’odio per la controparte.

Anna Muzychuk

Meritano, allora, la medaglia d’oro ai valori sportivi due campionesse di scacchi, le sorelle Maria e Anna Muzychuk, ucraine, che si sono opposte all’esclusione dei giocatori russi rinunciando ai tornei.

Se tutti gli sportivi facessero così, se tutti i tennisti non partecipassero a Wimbledon, questa follia cadrebbe subito! Agli atleti oggi è richiesto uno scatto di dignità e di coraggio per difendere i valori sportivi e, soprattutto, civili.

Oggi la partita più importante si gioca fuori dal campo da tennis.

Sonia Milone

 

 

Fonte: TheUnconditionalBlog del 13 maggio 2022

Illustrazione di copertina: Karolis Strautniekas

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