Dalla promessa di emancipazione alla nuova ortodossia morale

«Woke, l’ultima ideologia occidentale: dai Lumi alla notte»

Il woke come ultima ideologia globale tra egemonia culturale e reazioni identitarie

di Marcello Veneziani

Il woke non è una moda passeggera né un semplice linguaggio dei diritti: è l’ultima grande ideologia occidentale a vocazione universale. Nato come estensione morale dei Lumi, ha progressivamente assunto i tratti di un sistema normativo totale, capace di permeare cultura, informazione, istituzioni e immaginario collettivo. Oggi, però, la sua egemonia mostra crepe evidenti. La vittoria di Trump negli Stati Uniti e, in parte, di Giorgia Meloni in Italia segnala una rivolta contro l’imposizione culturale woke più che una vera alternativa ideologica strutturata. Il mondo MAGA resta frammentato, incapace di proporsi come visione globale, mentre l’Occidente appare privo di una cultura simmetrica e altrettanto pervasiva fondata su tradizione, radicamento e identità. In questo vuoto prende forma l’ipotesi di una cultura del “salvare”: salvare ciò che esiste, ciò che precede, ciò che tiene insieme una civiltà. Ma la domanda resta aperta: siamo davvero di fronte al tramonto del woke o solo all’inizio della sua fase più conflittuale? (N.R.)


Come se la passa l’ideologia Woke al tempo di Trump in America e nel mondo e da noi al tempo della Meloni? Se ci pensate, il canone woke è l’ultima ideologia globale sulla scena internazionale. Il resto è nelle mani della tecnica. La cultura MAGA, oggi divisa sulle scelte interventiste di Trump, non permea la mentalità pubblica, e non ha attecchito in altri luoghi d’Occidente, se non di striscio. Non c’è una cultura che si oppone con la stessa forza pervasiva all’ideologia Woke e che dovrebbe avere i tratti di una cultura della tradizione, del radicamento e delle identità, dei principi conservatori; una cultura che voglia preservare, mettere in salvo principi, mondi, costumi, sentire comune e che, per simmetria con Woke potremmo definire Save. Il verbo salvare è la chiave dell’universo conservatore.

Però è anche vero che una delle principali ragioni della vittoria di Trump negli Usa (e in parte della Meloni in Italia) è stata proprio la rivolta contro l’egemonia culturale di tipo woke. Era diventata soffocante, insopportabile, soprattutto negli Usa. Nata sui temi dell’antirazzismo e dell’anticolonialismo, l’ideologia woke è diventata, come è noto, il luogo d’incontro del femminismo e dell’antimaschilismo, degli lgbtq+ e dei diritti civili, della cancel culture e del politically correct, includendo il pacifismo e l’antifascismo. In apparenza l’ideologia woke è antioccidentale, il suo nemico ideale è il maschio, bianco, etero, occidentale con la sua storia e le sue tradizioni; ma nella sua origine, il catechismo woke è una patologia tutta occidentale, un frutto deviato dell’occidentalismo e una riconversione dello spirito progressista e rivoluzionario che alberga in Occidente in spirito liberal e radical. Qual è la differenza? Il suo nemico non è più il ricco, il padrone, il capitalismo ma la tradizione o il suo presunto guardiano del presente, il fascismo. E il suo riferimento non è più il proletario, l’operaio, il povero ma un ceto trasversale, tendenzialmente neoborghese, benestante, istruito, se non intellettuale. Il suo principale campo di battaglia è la scuola, e l’università, ma il cinema e la musica non è da meno. È virulento anche in ambito industriale e commerciale, nella comunicazione pubblicitaria (si pensi allo woke washing).

Ma se l’ideologia woke è figlia dell’occidentalismo, se ne riprende le sue matrici, da quale ceppo proviene, a quale filone culturale si ispira? Possiamo dire che l’ideologia woke è l’estremo frutto del neo-illuminismo. Per cominciare, il nemico è lo stesso: l’oscurantismo, cioè la notte della tradizione, della reazione, della religione, dei legami sociali e comunitari ereditati, del passato oscuro e infame per definizione. Woke sta per svegliato, cioè colui che si sveglia alla luce della ragione: la filosofia dei Lumi si riferiva a un pensiero mentre il canone woke sposta il centro dell’attenzione dall’oggetto al soggetto, come si conviene a un’epoca incentrata sull’io. L’illuminismo era soprattutto una cultura, mentre l’ideologia woke è una mentalità, un insieme pratico di precetti, totem e tabù. Ossia un prodotto subculturale, dove i pregiudizi si fanno espliciti e oscurano ogni kantiana critica del giudizio. Gli illuministi erano intellettuali, formavano una società di pensiero, c’erano noti filosofi e progetti enciclopedici per ridefinire il mondo; lo stesso Kant spiegava cosa fosse l’illuminismo (Aufklārung) rispetto alle tenebre dell’ignoranza. I portatori dell’ideologia woke sono invece dei vigilantes, di varia mansione, e la definizione letterale di svegliato alla fine si traduce in quella più inquietante di sorvegliato. L’indole woke è correttiva, rieducativa, repressiva. L’ideologia woke è l’ultima versione del neoilluminismo, versione ipo-pensante, arcigna, punitiva, censoria, arrogante, supponente. Dell’illuminismo magari conserva un vago ricordo della setta ideologica, ma la sua missione è più di sorvegliare che di esprimere cultura.

Prima però notavamo che l’ideologia woke è una riconversione dello spirito progressista e rivoluzionario in spirito liberal e radical. Di mezzo, a maturare il passaggio, ci sono due fattori: da una parte, il tramonto storico e teorico del marx-comunismo, con la lotta di classe, la rivoluzione armata, la dittatura del proletariato, il partito-principe, i soviet e la pianificazione; dall’altra parte l’avvento dello spirito trasgressivo, soggettivo e ribelle che si espresse dal ’68 in poi, e che mutò i costumi, i linguaggi, gli stili di vita, il rapporto tra sessi e tra le generazioni. Di mezzo c’è quella che Pasolini chiamava la mutazione antropologica, l’avvento dell’omologazione e poi dell’uniformità, la perdita della civiltà cristiana e contadina, la società dei consumi e dell’individualismo globale.

Caduto il marxismo-leninismo è riemerso il richiamo allo spirito progressista e la lotta tra padroni e servi è mutata in lotta tra progresso e reazione. Si è tornati dalla rivoluzione bolscevica alla rivoluzione francese, e dal marxismo otto-novecentesco all’illuminismo settecentesco. Del resto già Antonio Gramsci aveva prefigurato nel comunismo una sorta di illuminismo portato alle masse, nato sì come fenomeno elitario – l’Intellettuale Collettivo, il Partito-Principe – ma rivolto a plasmare le masse e il nazionalpopolare. Su questa linea si era sviluppata una tendenza che induceva a sostituire il comunismo con la categoria modernizzata della sinistra (Umberto Eco fu uno dei traduttori culturali di questa mutazione neoilluminista).

La capitale dell’ideologia woke non è più l’Europa, come ai tempi dei Lumi, ma gli Stati Uniti. New York e non più Parigi è il paradigma mondiale, anche perché gli Usa, nel frattempo, sono diventati il perno del Nuovo Ordine Mondiale e dell’Occidentalizzazione del mondo, peraltro declinanti da diversi anni. La banda di oscillazione nell’ambito della sinistra woke è tra liberal e radical, ovvero tra l’idea di emancipazione individuale, compatibile con le altre forme di liberismo, e l’idea di una mutazione più sostanziale e più radicalmente inclusiva, a partire dai flussi migratori, il movimento antirazzista e quello femminista, i diritti civili lgtbq+.

Per altri versi, l’ideologia woke eredita il marxismo separato dal comunismo, così ridotto a spirito global, liberal e radical: un processo che naturalmente i socialisti anticapitalisti, i nazionalpopolari, i comunisti, non possono accettare e perciò restano estranei e critici rispetto alla svolta woke. Come lo sarebbe stato da noi un Pasolini, comunista antimoderno o anche un esponente coerente del vecchio Pci, della Cgil di Di Vittorio o dell’ideologia marxista-leninista.

Nonostante l’arrivo di Trump negli Usa (e della Meloni in Italia) l’ideologia woke è ancora dominante nei luoghi in cui si fabbrica la mentalità corrente (mass media, università, mondi culturali, arti) e talvolta si prende anche rivincite politiche, come l’elezione dell’islamo-marxista Mamdami alla guida di New York. Resta senza rivali.

La “cultura” woke è l’ultimo filone ideologico partorito in occidente e cresciuto nel suo grembo ma col proposito parricida di diventare la pietra tombale dello stesso occidente. Pur ispirandosi ai Lumi, annuncia la notte della civiltà.

La Verità – 14 giugno 2024
La Verità -1° marzo 2026

 

 

Nota redazionale – Inchiostronero

Inchiostronero non legge il fenomeno woke come una semplice moda culturale né come un male assoluto. Ne riconosce l’origine in istanze legittime: la denuncia di discriminazioni reali, l’attenzione verso linguaggi e pratiche escludenti, il tentativo di allargare lo sguardo su ciò che era rimasto ai margini. In questa fase iniziale, il woke ha svolto una funzione critica necessaria.

Il problema nasce quando la critica si trasforma in ideologia e l’attenzione diventa sorveglianza. Nel momento in cui il woke smette di interrogare la realtà e inizia a prescrivere comportamenti, linguaggi e giudizi morali obbligati, non amplia più lo spazio del pensiero: lo restringe. La cultura cede il passo al protocollo, il confronto alla conformità, la complessità alla semplificazione morale.

Nel suo esito più maturo, il woke non si limita a correggere l’Occidente: lo delegittima. Tratta la tradizione non come un’eredità da comprendere e rielaborare, ma come una colpa da espiare. Così facendo, indebolisce la capacità di una civiltà di raccontarsi, difendersi e trasmettersi. Una cultura che vive in permanente autocondanna smette di produrre visione e si limita a esercitare controllo.

Per questo, pur riconoscendone le origini, Inchiostronero considera l’ideologia woke, nella sua forma egemone, più un fattore di impoverimento che di progresso. Non perché abbia posto domande sbagliate, ma perché ha smesso di accettare risposte plurali. E una civiltà che rinuncia al pluralismo del pensiero, anche quando si proclama inclusiva, comincia a smarrire se stessa.

 

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